Arrampicare a Caprie di G.P. Motti

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    [b]ARRAMPICARE A CAPRIE
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    di G.P. Motti

    Cade oggi il trentacinquesimo anno dalla morte di Gian Piero Motti. Ne approfittiamo per pubblicare proprio l’ultimo dei suoi articoli, il più significativo, sulla necessità della nascita ma anche della morte del Nuovo Mattino.

    (pubblicato su Scandere 1983)

    Arrampicare a Caprie è un fatto abbastanza recente. Ed è curioso, poiché è uno dei centri di scalata più vicini a Torino e tra i più agibili durante la stagione invernale. Probabilmente ogni cosa ha un suo tempo esatto di maturazione: per Caprie si è dovuto attendere fino agli anni Settanta. I primi interessi sono stati per le pareti della Gola: fu Angelo Piana a salire una via nella parte più interna, che a lungo rimase però sconosciuta agli arrampicatori. Ma questo accadde già negli anni Sessanta. Un giorno Angelo mi disse di aver trovato su una cengia, a circa metà parete, un ceppo di notevoli dimensioni e ormai quasi silicizzato: di certo non poteva essere stata opera di arrampicatori il taglio del tronco. L’unica spiegazione accettabile è che un tempo i valligiani si calassero con delle corde lungo le pareti della gola per far legna. Una volta, parlando con un montanaro a Foresto, venni a conoscenza di un fatto del genere: egli mi disse che nessuno di loro era mai salito dal basso, ma che a volte essi si erano calati con delle funi sui terrazzi alberati dell’Orrido dì Foresto per far legna. Probabilmente a Caprie accadde un fatto analogo, che spiega questo piccolo mistero.

    Più tardi, gli interessi degli arrampicatori si sono rivolti alla parete sud della Rocca Bianca ed è stato Isidoro Meneghin, infaticabile e attentissimo scopritore di pareti e di nuove vie, ad aprire i primi itinerari. Più recentemente la Gola di Caprie cominciò a essere «vista» dagli alpinisti, soprattutto perché Silvio Vittoni, Lorenzino Cosson e Piana aprirono una splendida via sul filo del pilastrone di destra, che essi battezzarono «Pilastro della San Marco», non certo per riverire il grande evangelista ma invece con scopi ben più concreti: pubblicizzare la ditta omonima, produttrice di scarponi da montagna. E questo giustifica quel «della» di fronte ad un San Marco maschile… La loro via, ben presto, si è rivelata come una delle arrampicate più belle dell’intera Val Susa e non solo della Val Susa. Ultima a essere presa in considerazione è stata la Rocca Nera, forse perché di lontano pare molto repulsiva e di roccia scadente. Gli esploratori di questo affascinante settore sono stati ancora Isidoro Meneghin e Ugo Manera, anch’egli formidabile ricercatore di nuovi terreni di scalata e amante dell’avventura su qualsiasi terreno che la montagna offre all’alpinista. Manera sembra avere una particolare predilezione per la Rocca Nera di Caprie, come lo scrivente d’altronde, se si pensa che vi ha aperto ben sei vie nuove! Il resto è storia di questi primi anni Ottanta. È iniziato il lavoro di ricerca più fine e di cesello: Gian Carlo Grassi si è particolarmente distinto in questa fase. Con il suo intuito finissimo è riuscito a tracciare vie molto difficili e assai belle nella Gola di Caprie e sulla Rocca Bianca, sovente con Martino Lang. Anche Mario Ogliengo e Marco Degani sono stati «stregati» dal fascino di Caprie: il loro campo d’azione è stato soprattutto la Gola, dove hanno aperto vie di notevole interesse tecnico ed estetico.

    A poco a poco Caprie comincia a entrare nella testa degli arrampicatori, anche se, per motivi che avrò modo di spiegare più oltre, vi è per ora come una sorta di disinteresse da parte di alcuni protagonisti dell’arrampicata atletico-sportiva che hanno costruito nell’Orrido di Foresto il loro tempio e il loro ginnasio. Soltanto la Gola pare destare i loro interessi, forse perché il tipo di scalata di certe vie si avvicina assai allo stile delle vie di Foresto: passaggi molto duri caratterizzati dalla forza, ma protetti in modo sicuro. L’arrampicata sulla Rocca Nera, soprattutto, è diversa, più legata alla tradizione e più appartenente forse all’alpinismo che all’arrampicata vissuta come fatto sportivo. Le protezioni precarie e la loro scarsezza sul tiro di corda non permettono di osare fino alla caduta e questo forse inibisce alcuni giovani arrampicatori, per altro di grandissimo valore, abituati ormai a muoversi al limite delle possibilità su un terreno più che estremo, ma reso assolutamente sicuro da protezioni a prova di bomba (spit-rock e chiodi a pressione usati come mezzi di protezione in arrampicata libera). In sostanza, come dirò meglio più innanzi, in certi settori di Caprie e soprattutto sulla Rocca Nera, si arrampica più con la testa che con i muscoli. Per questo dico che è un mondo appartenente più alla tradizione che a quello post-rivoluzionario, il quale ha rimosso duramente l’intera tradizione (ossia la storia, la paura di cadere, l’accettazione del rischio, ecc.), cercando così di uscire dalla Storia stessa ma rimanendovi bene o male legato, poiché il tempo di certo ancora non è finito e tutti ne siamo per ora figli. È vero: la tradizione sovente è un peso da portare in spalla, come il sacco dell’alpinista, con tutti i suoi risvolti positivi e negativi, ma è anche l’unico modo per mantenere il legame spirituale con l’origine stessa del tempo ovvero con l’Essenza stessa di se medesimi, psicologicamente parlando con il Padre simbolico. Rinnegare la storia è come regredire credendo di crescere: è come viaggiare verso una falsa stella, una sorta di inganno perpetrato a danno di coloro che si sono incamminati verso un astro che invece non è tale; ossia per dirla ancora psicologicamente, un’assenza paterna porta ad un vissuto errato della figura materna. Rinnegare la storia è come andare veramente nel nulla, astrarsi in una sorta di paranoia dalla realtà, da tutto ciò che è accaduto e che accadrà, in quanto alla storia appartiene. Probabilmente vi fu un momento in cui l’assenza paterna determinò crisi e confusione. Non sono certo un difensore dell’alpinismo degli anni Cinquanta e Sessanta: proprio perché l’ho vissuto a fondo, non mi sognerei mai di proporlo come esempio. Il distacco dal Padre e il viaggio verso la vita fetale della Madre era già iniziato ancor prima e lo dimostrava la forte componente maschilista dell’alpinismo di quegli anni. D’altronde già allora gli alpinisti volevano essere sordi a qualunque discorso che tendesse a chiarire la loro posizione psicologica. Da secoli l’uomo si sta allontanando dalla porta d’uscita, che è anche stata quella d’entrata. Da secoli cerca di rimuovere e di distruggere il divino che ha in sé e che lo vuole riportare sulla giusta via. Così oggi accade, e in modo palese, nell’alpinismo. Molti hanno letteralmente venduto l’anima per avere il corpo e non vogliono più udire la voce della paura e della Morte. È un meccanismo tipicamente infantile: quando il confronto con la realtà è difficile, ci si rifugia in un mondo fetale nel quale ci si illude di essere al sicuro, protetti dal padre «cattivo», liberi di realizzarsi e di agire. Ma ben presto questo mondo, simbolicamente uterino, si rivela come la peggiore delle schiavitù: una sorta di prigione con le sbarre dorate dove tutto diviene piatto, scontato, ripetitivo e banale, direi senza Vita. Si rimpiange allora quella realtà «difficile» dalla quale si è voluto fuggire, ma ahimè, ci si è legati per una seconda volta con il cordone ombelicale alla Madre e si dovrà compiere una durissima battaglia per tranciare poi questo legame. Si dovrà poi tornare indietro fino al punto in cui si prese la strada sbagliata, e sarà duro per quelli che sono stati più «ingrassati» e nutriti dalla mammina. Nel 1979 Alessandro Gogna pubblicava sulla Rivista della Montagna uno scritto, a dire il vero un po’ polemico, in cui invitava i giovani arrampicatori a costruire una sorta di torre per raggiungere il Cielo da cui, secondo lui, un giorno saremmo tutti caduti. Dunque quel «Cielo», a parer mio, è proprio il famoso mondo materno di cui si parlava; un Cielo dove certo non si possiedono le ali per volare, ma dove resta, come prima, la paura di cadere; solo che non la si sente più, poiché si vola in deltaplano, ci si lancia con il paracadute oppure si è legati al soffitto con una corda di sicurezza che permette ogni evoluzione, giungendo proprio all’orrenda immagine di tanti burattini tirati ad arte con i fili dal «buon» burattinaio. In questo numero di Scandere, Ugo Manera, in un suo scritto, trae alcune considerazioni sull’alpinismo di oggi e sul tema della valutazione delle difficoltà, dicendo che, secondo lui, il rischio non dovrebbe aver alcuna importanza nella valutazione delle difficoltà stesse. Caro Ugo, la tua affermazione non mi trova d’accordo. Se così fosse, allora potremmo veramente dare alle fiamme corde, moschettoni, chiodi, ecc., poiché non vi sarebbe differenza alcuna tra arrampicare slegati oppure in cordata. Una considerazione del genere muove da una visione materialistica e meccanica del mondo e dell’uomo; si considera l’uomo come un «robot» dotato soltanto di corpo e del tutto privo di psiche. In un suo scritto sull’Orrido di Foresto, Marco Bernardi afferma candidamente che si dovrebbe eliminare completamente il rischio dall’arrampicata, poiché esso sottrae energia all’azione, coinvolgendo la sfera emotiva. Rinunciare alla psiche per avere il corpo: l’esatto contrario di ciò che io sostengo in questo scritto. Se queste sono le intenzioni, allora la si faccia subito finita e si arrampichi sempre assicurati dall’alto, almeno così il fattore rischio verrà del tutto eliminato. La forza dei grandi maestri della scalata libera (Alvise Andrich, GiovanBattista Vinatzer, Hias Rebitsch, Walter Philipp, lo stesso Reinhold Messner) era soprattutto morale: essi non erano e non volevano essere degli atleti nel senso stretto del termine, ma piuttosto persone che riuscivano ad esprimersi ancora con controllo di se stessi dove altri invece avevano già toccato il loro limite di resistenza nervosa. E ciò spiega anche l’abbandono attuale dell’artificiale (non certo in Yosemite), giustificandolo con il fatto che esso inibisce l’arrampicata libera. La vera ragione è che l’artificiale veramente estremo non necessita tanto di atleti capaci di elevarsi con un solo dito, ma di una resistenza nervosa eccezionale, dati gli ancoraggi del tutto precari cui ci si affida. Sulle pareti delle nostre valli si potrebbero aprire decine di vie con difficoltà di A4 e di A5, riscoprendo una magnifica dimensione creativa, che, come giustamente ha detto Ron Kauk rispondendo ad una domanda di Franco Perlotto sul tema, non inibisce affatto la scalata libera estrema, anzi la agevola dal punto di vista emotivo. Ma la verità è che rimuovendo la forza spirituale non si è più in grado di accettare il rischio dato dall’artificiale estremo e si prova una grande paura, rifugiandosi così nella libera super-protetta. A parer mio vi è evoluzione nella tradizione solo se alcuni riescono a esprimersi a un livello superiore a quello dei passato, ma nello stesso stile; ossia aprendo vie nuove di settimo ed ottavo grado in libera senza preparazione preliminare, senza prima vincerle in artificiale e poi rosicchiarle a poco a poco fino a farle divenire in «libera-protetta» e con il medesimo stile di allora: tre o quattro chiodi per lunghezza di corda. Di per sé avrebbe poi ben poca importanza se durante la prima salita si è o non si è tirato un chiodo! I 42 chiodi di Philipp durante la prima salita del suo diedro fanno riflettere; qualche merlo dirà: «ma io il Philipp se voglio oggi lo faccio slegato in salita ed in discesa, senza toccare un chiodo!». Ma che ragionamento idiota! Come se tu ora vivessi il tempo di Philipp o di Vinatzer! Se veramente credi di essere più forte esprimiti adeguatamente all’energia che ti dà il tuo tempo, ma nello stile e nella stessa misura di ieri. Sappiamo benissimo che anche nel passato vi fu chi seppe trovare la grande forza spirituale per avventurarsi nell’ignoto e chi invece preferì «giocare» sul noto dando dimostrazione di destrezza atletica come fanno i saltimbanchi sulle piazze dei paesi.

    Il fascino immenso del vero Alpinismo sta proprio nel venire a conoscenza del limite, della paura, nel riuscire a dar voce all’Inconscio, senza la necessità di terapie psicanalitiche. Il vero Alpinismo si avvicina assai al vero Yoga psicomentale, non certo a ciò che sovente viene spacciato come Yoga a tanti sprovveduti. Il senso ultimo dello Yoga è la riunificazione del proprio divino con l’Unità, attraverso un’ascesi che porta all’annullamento progressivo dell’Ego. Il Cristianesimo autentico dice la stessa cosa, e in modo ancora più chiaro. Vi è dunque un’errata visione della Morte; la si intende come fine ultima di tutte le cose e non come fantastica possibilità di vivere la Morte stessa durante la vita, morendo alla prima esistenza profana per rinascere, senza per questo perire fisicamente, ad una seconda vita liberata. Non mi si fraintenda: non sono un idealista e nemmeno un romantico cultore della morte. La Morte di cui parlo io non è la morte come comunemente la si intende, alla quale nessuno evidentemente può sfuggire, se intesa come fine del proprio corpo. Il viaggio di cui io parlo è squisitamente emotivo e spirituale, che però, naturalmente, avviene anche nel campo della prassi, essendo l’Uomo questo straordinario connubio di anima e di corpo. E piantiamola una buona volta con il dire che io spingo l’uso degli allucinogeni o nel credere che gli stessi possano facilitare questo viaggio: è una fandonia che non ha nessun senso. Anzi, il loro uso porta proprio al contrario, ossia ad avvicinarsi ancor più al mondo materno: direi quasi che essi sono veramente il «latte» materno.

    La via del ritorno è difficile, molto difficile, ma anche straordinaria. Lungo essa si prende coscienza di tutte le paure rimosse, di tutti i fantasmi e i mostri del passato, che si sono buttati nel cestino. In sostanza si ripercorre all’indietro il cammino del tempo: è un fantastico viaggio nella notte per arrivare alla luce, dove si impara a essere umili e coraggiosi, a osare quando è il tempo di osare e a non cedere alla tentazione di osare quando non è il tempo di osare, anche se vi sarebbe la possibilità di farlo. Si impara a vivere a volte in modo strano, a «potere» ma non volere: l’esatto contrario di chi ha rimosso il mondo paterno scoprendosi impotente e «vuole» senza potere. Ecco allora in chiarezza il tentativo di colmare quest’impotenza con la sola forza fisica, di fronte al fallimento spirituale. Ed ecco perché ci si allontana sempre più dalla montagna, ecco perché si vorrebbe togliere la paura dalle pareti, rendendole tutte sicure e non invece dal cervello. Se tutti gli arrampicatori accettassero la voce del loro inconscio represso, sarebbe la voce stessa della coscienza a suggerire loro fin quando e fin dove essi possono osare e dove invece non è ancora il tempo di osare. Molti non crederanno a ciò che dico, ma chi non crede il più delle volte è solo un ignorante, che nega l’esistenza di ciò che non conosce. È come se un cieco nato negasse l’esistenza dei colori solo per il fatto che lui non li ha mai visti.

    Il «free climbing», inteso non tanto nel senso di «arrampicata libera» ma in quello più ambizioso e filosofico di «libero arrampicare», pareva essere nato come espressione di libertà e di assoluta disinibizione. Ahimè… ora ci si va accorgendo che invece ha portato gli alpinisti a schiavitù, dogmi, imposizioni, divise da portare, fazioni, provincialismi, miti e mitucci dell’uomo-muscolo alla Bronzo di Riace, glorie e gloriuzze, re e reucci di paese… un quadro forse peggiore di quello dell’alpinismo di ieri. Il «Nuovo Mattino» rappresentava la possibilità di estendere la dimensione dello spirito a quelle strutture rocciose che erano invece ripudiate dagli alpinisti tradizionali. Era la possibilità di vivere la dimensione spirituale in una fase critica e delicata, in cui era necessario allontanarsi per un po’ dalla grande montagna, divenuta dominio quasi esclusivo della Madre. Bisognava far voltare le spalle ai giovani, staccarli dal masochismo, derivato dall’assenza paterna, che aveva portato negli anni precedenti ad accelerare il viaggio verso la Madre. Per motivi assai complessi, vi era una ragione chiara perché ciò avvenisse e quindi non nego e non negherò mai il valore degli eroi che hanno «tirato» il viaggio verso la Madre in quegli anni. Ma dopo era necessario tornare, discendere; e il Nuovo Mattino era nato proprio come ponte per raggiungere la pianura dalla quale si sarebbero cominciate a scorgere le altre montagne, quelle vere, quelle che avrebbero portato all’Altopiano della Vita. Ma qualcuno venne a creare confusione nel Nuovo Mattino e, con abile inganno, riuscì a riportare indietro molti arrampicatori, mostrando le Montagne della Vita come l’Inferno e il mondo uterino della Madre come il Paradiso. Molti hanno così lasciato tutto; ormai per essi quelle montagne e quelle pareti non sono che mucchi di sassi senza vita e ne provano una sorta di repulsione. Molti giungono ad arrampicare senza passare per la montagna e senza nemmeno amarla e conoscerla. Molti ignorano e vogliono ignorare il passato e la storia di ieri, forse soltanto perché li porrebbe di fronte a un confronto faticoso. È vero, non tutto era chiaro: vi furono falsi miti, retorica, esagerazioni. Ma ciò che è veramente sacro resta sacro e non può certo essere distrutto o dissacrato. Può essere rimosso, ma non ci si lamenti poi se la pentola ermeticamente chiusa dal coperchio comincerà a entrare in ebollizione sotto la pressione dell’inconscio rimosso e non ci si illuda di avere la valvola per far uscire il vapore… Dal canto mio, considero l’essere nella Storia come il fatto più affascinante di tutto quanto l’agire in montagna, la possibilità meravigliosa di vivere un’avventura storica viaggiando a ritroso nel tempo e scoprendo le vicende e le persone che questa storia hanno fatto e costruito. E ciò non ha mai inibito la possibilità di vivere anche la storia del mio tempo. Considero il corpo che possiedo unicamente come il mezzo che mi è stato dato per compiere anche fisicamente questo viaggio.

    Vi è oggi chi afferma che l’alpinismo è uno sport: a parer mio è un non senso. Potrebbe essere uno sport l’arrampicata se venisse privata di ogni fattore emotivo e ciò può accadere soltanto se si arrampica con l’assicurazione dall’alto: ecco allora la nascita di un’attività quantificabile, con tempi, classifiche, ecc. Ma mi chiedo: e le montagne? Saranno abbandonate come luogo di morte e di pericolo? Saranno attrezzate con cavetti d’acciaio lunghi mille metri e ancorati sulla vetta? No, mio Dio! Tutto ciò non ha senso, ma forse potrebbe anche realizzarsi. Il paragone con gli sport non può reggere: in qualunque attività, l’atleta ha sempre o quasi sempre la possibilità di ritirarsi, senza correre alcun rischio: si ferma ai bordi della pista, stacca l’acceleratore, si butta sul tappeto ed attende che l’arbitro conti. In alpinismo vi sono situazioni uniche nel loro genere, in cui non è più possibile la ritirata, in cui il ballo va ballato fino alla fine, sia che si decida di proseguire come di scendere. In sostanza in montagna vi è la presenza costante della Morte, la quale né vuole essere vinta né tantomeno rimossa: tanto, in ogni caso, la vittoria sarà sua. Essa può essere invece conosciuta e vissuta, ma certo secondo le regole che lei stessa propone e dispone: chi pensa ai trucchi, è bene che riveda un po’ i suoi propositi. E mi vien da sorridere pensando a un certo yoga, che oggi va per la maggiore, che invece promette la crescita esplosiva del potere del proprio Ego, sia fisico che psichico. Sorrido, ma anche con amarezza, pensando alla fine che hanno fatto nel tempo tutti coloro che hanno ceduto a quest’inganno malvagio e che hanno cercato la volontà di potenza, sfidando incautamente Shiva, il signore della Morte e delle altezze. La meccanica è sempre la medesima: prima arriva la vittoria sfolgorante, poi la catastrofe irrimediabile.

    In chiusura, vorrei ancora chiarire, a costo di sembrare noioso, alcuni concetti-base, per non essere poi accusato di politica oscurantista e conservatrice o peggio di propaganda reazionaria, come già accadde al tempo de I falliti a causa di qualche lettura troppo frettolosa, emotiva e superficiale fatta da alcuni. Considero, prima di tutto, l’intero discorso effettivamente e realmente progressista, muovendo da alcune considerazioni di fondo: 1) la necessità dell’esistenza in passato di un alpinismo di tipo eroico e quindi il giusto riconoscimento dei meriti e del valore dei «guerrieri» protagonisti del viaggio che ho definito verso la Madre simbolica, anche se illuminato alle spalle dalla luce paterna; 2) la successiva assenza paterna ed il conseguente momento di estrema confusione, che generò la notevole difficoltà a mantenere l’aggancio spirituale con il Padre, essendosi provvisoriamente spento l’astro generatore di energia ed essendo stata assimilata quest’energia dalla Madre per creare il suo falso paradiso; 3) la successiva venuta nel mondo materno di una pseudo-pace, la radicale rimozione della spiritualità paterna e la creazione ingannevole di un illusorio mondo della libertà espressiva, parodia ignobile e poco credibile del vero Altopiano della Vita. I presupposti futuri del discorso sono: 1) la fine dell’alpinismo vissuto come viaggio verso la Madre e quindi la fine del suo carattere masochista e sacrificale; 2) lo smascheramento dell’inganno attuato a danno di coloro che hanno tagliato il legame con la spiritualità paterna per raggiungere il falso paradiso, dominato dalla Madre camuffata da Padre, un po’ come il pianeta Giove nei confronti del Sole, stella mancata che però emana energia; 3) la fine del Nuovo Mattino, più o meno riuscito come momento transitorio di attesa e di resistenza; 4) la resurrezione del Padre, la morte definitiva della Madre e la nascita del Nuovo Alpinismo, vissuto come viaggio di ritorno verso il Padre stesso e il vero Altopiano della Vita. Ribadisco ancora che nel mio discorso non si vogliono assolutamente proporre i modelli della storia di ieri e di oggi, considerati di carattere «spurio», in quanto miscuglio di mondo paterno e materno e considerando anche l’intero passato come un fatto inevitabile e compiuto, proprio per questo non riproponibile, da conservare domani come un prezioso documento da visionare in cineteca.

    Esiste tuttavia (e per fortuna!) il sottile filo d’argento che collega al Padre e che, bene o male, era presente anche nella storia di ieri: è il punto chiave per comprendere l’intera analisi e anche il più delicato. Il viaggio di ritorno al Padre necessita dunque di un aggancio, per molti già esistente o di un riaggancio per altri, alla tradizione e alla storia, depurata però da ogni contenuto inerente al vecchio rapporto con la Madre simbolica. È dunque un ritorno nel tempo, ma anche un cammino nuovo e del tutto ignoto, i cui caratteri positivi a volte si intuivano, si cercavano o si vivevano come attimi fuggenti, salendo sul vecchio sentiero che portava verso la Madre. Saranno questi caratteri positivi e meravigliosi a illuminare il grande ritorno.

    Mi pare di essere stato chiaro. Ma già mi attendo un’obiezione, in verità molto deludente, di questo tipo: «tu parli così per invidia, perché non sei capace di fare i passaggi che fanno loro», oppure «il tuo è un ragionamento da vecchio, che odia i giovani perché non è più in grado di fare quello che fanno loro», oppure ancora le solite analogie con la vecchia favola della Volpe e dell’Uva. Qualcosa del genere ogni tanto mi è già giunto all’orecchio. Lascerò naturalmente cadere le provocazioni, come ho sempre fatto d’altronde in questi anni, ma mi permetto soltanto di citare un motto (non certo di Motti…!) latino: «Obsequium amicos, veritas odium parit» (Terenzio – Andria, atto I), l’adulazione procaccia amici, la verità s’attira l’odio.

    E nemmeno voglio passare per un amante del rischio, nemico di coloro che rendono sicuri i punti di fermata in palestra. Trovo idiota e senza senso rischiare su dei chiodi a pressione mal piantati: se serve un chiodo a pressione o uno spit, lo si pianti a dovere in modo che dia tutte le garanzie di sicurezza. In questo senso onore al merito al lavoro che è stato fatto a Foresto. Ma il mio discorso è più sottile e chi lo ha voluto capire lo ha capito: è l’estensione di questa mentalità che mi preoccupa, perché porta l’arrampicatore a una sorta di illusione, ponendolo poi in situazioni fortemente critiche quando si verrà a trovare di fronte a vie schiodate (non sempre i nut possono sostituire un chiodo), all’eventualità di attrezzare un punto di fermata difficile o peggio una calata in corda doppia, al cui ancoraggio affidiamo tutta la nostra esistenza, ottavogradisti o terzogradisti che si sia. A volte cercare troppo la sicurezza può portare proprio al contrario nel risultato: l’intento è in buona fede, ma alla fin fine produce l’effetto negativo di illudere disabituando al pericolo, che in montagna, non dimentichiamolo, esiste sempre.

    Accanto a palestre attrezzate come l’Orrido di Foresto, magnifica scuola di arrampicata atletica e spettacolare di cui nessuno si sognerebbe di negare il valore, vi dovrebbero essere altre palestre tenute poco chiodate o del tutto schiodate, dove l’arrampicatore possa prendere coscienza della difficoltà emotiva e della reale presenza del pericolo. Questo almeno è il mio punto di vista: Foresto dovrebbe restare un caso particolare, non certo da proporre come modello universale.

    Mi pare di essere stato chiaro. E Caprie, che c’entra Caprie? dirà ora qualcuno. C’entra, eccome. Lì io vedo un micro simbolo di un mondo futuro di ben più vaste dimensioni, difficile ora da scorgere perché girato a negativo dalla luce ingannevole della Madre, che fa brillare altri specchi per allodole. Una rappresentazione in piccolo di un grande viaggio futuro, che porterà dalle oscurità profonde della Gola verso la Rocca Bianca e infine attraverso il filtro del Sole Nero, la Rocca Nera.

    Dicembre 1982 – “Absit iniuria verbo”

    Ringraziamenti
    Ad Antonio Cotta, Marco Degani, Alessandro Gogna, Gian Carlo Grassi, Ugo Manera, Isidoro Meneghin e Mario Ogliengo per la gentile e disinteressata collaborazione. Senza il loro aiuto prezioso (note tecniche, osservazioni, fotografie, disegni e… realizzazione delle vie!) questo lavoro non sarebbe venuto alla luce.

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