E’ o non è un luogo da scialpinismo?

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    alberto
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    E’ o non è un luogo da scialpinismo?

    dal Blog di Alessandro Gogna 14/6/2019

     

    In località Pila (gruppo del Monte Emilius, Valle d’Aosta), il 7 aprile 2018 una grande valanga si stacca dal col Chamolé 2641 m uccidendo due scialpinisti.

    Altri due sono estratti vivi e sono trasportati all’ospedale Parini di Aosta in ipotermia. Facevano tutti parte di un gruppo di sciatori impegnati in una gita di scialpinismo. Il tutto si svolge a davvero poca distanza dal comprensorio sciistico di Pila, che è proprio sopra ad Aosta.

    Testimoni presenti sul posto riferiscono ai soccorritori di aver visto «diverse persone» travolte dalla valanga che, da sotto la Testa Nera 2819 m, si è staccata con un largo fronte, stimato a 250 m.

    Le operazioni di ricerca sono subito condotte dal soccorso alpino valdostano. Le ricerche di eventuali dispersi si concentrano anche nel lago Chamolé 2311 m, a poca distanza da dove è caduta la slavina. Si teme che qualche scialpinista travolto possa essere stato sbalzato nell’acqua. Sul posto sono per questo elitrasportati i sommozzatori dei vigili del fuoco di Torino.

    Con sollecitudine il pm Eugenia Menichetti effettua un sopralluogo a bordo dell’elicottero della Guardia di Finanza nella zona in cui è caduta la valanga:

    “Stiamo facendo tutti gli accertamenti per vedere se ci sono delle responsabilità: il fronte che si è staccato è davvero impressionante”, ha spiegato il magistrato. Nel pomeriggio la polizia ha sentito alcuni testimoni che hanno assistito alla tragedia.

    Si apprende che le vittime stavano partecipando a un corso di scialpinismo e subito girano voci (anche autorevoli) che fossero “su un itinerario pericoloso” e che “non avrebbero dovuto passare di lì”.

    Dei cinque travolti, i due non sopravvissuti sono Carlo Dall’Osso, 52 anni, di Imola e Roberto Bucci, 28, di Faenza. Sono le 11.10 quando la valanga si stacca dal versante nord-ovest del col Chamolè e raggiunge il pianoro del lago ancora ghiacciato, 300 m più in basso. Fin lì è trascinato il corpo di Dall’Osso: la massa nevosa sfonda la crosta di ghiaccio del lago e il corpo s’inabissa poco oltre la riva. I soccorsi ci mettono ore per trovarlo e recuperarlo. Un’operazione imponente: quattro elicotteri, tra protezione civile, Finanza e vigili del fuoco di Torino da dove è giunta la squadra sommozzatori. Quattro i cani impiegati per la ricerca in valanga. Il corpo di Dall’Osso è individuato con una sonda, poi con un sistema complesso di corde e di protezioni con assi è recuperato dopo che un sommozzatore riesce a legare il corpo, issato poi con un paranco: la sponda di neve e ghiaccio rischia di crollare.

    L’altra vittima, Roberto Bucci, è sotto un metro di neve. Tentano invano di rianimarlo. Intanto uno dei due scialpinisti ricoverati in ospedale (il quinto è illeso) racconta: «La maggior parte di noi era già su al colle di Chamolè. Rivivo ogni cosa. Si è staccato dall’alto, no so il perché». Evidentemente neve umida, pesante che si è staccata fino al suolo, scavando nella terra. Quella che si definisce «valanga di fondo», tipica della primavera quando il sole surriscalda i versanti. «Eravamo in 19, con gli istruttori, venivamo dalla Romagna e siamo iscritti al corso di scialpinismo della scuola del Club alpino italiano «Pietramora», che comprende le sezioni di Cesena, Faenza, Forlì, Imola, Ravenna e Rimini… Certo che ricordo. Ho tutto davanti ai miei occhi».

    Un momento delle operazioni di soccorso
    Il compagno di parlare non ha voglia: «Ho male un po’ dappertutto, ma soprattutto qui». Mostra il petto. La morte, la paura.

    Divisi a gruppetti, ciascuno dei sette istruttori aveva due o tre allievi. Partiti tra le 8.30 e le 9, avevano raggiunto e oltrepassato il lago Chamolè, poi risalito il ripido pendio che porta ai 2641 m del col Chamolè. La loro meta era il rifugio di Arbòle, nel vallone che sale alle spalle dei due monti gemelli di Aosta, Emilius e Becca di Nona.

    «Itinerario sbagliato, non è luogo da scialpinismo, soprattutto con quelle condizioni di neve. Ma che cosa ci facevano lì?», dice la guida Fulvio Gastaldo appena sceso dall’elicottero dopo aver finito il lungo soccorso al lago Chamolè. Aggiunge: «Non è un itinerario da sci alpinismo, non capisco».

    In effetti gli accumuli di neve sono abnormi per la stagione e le alte temperature di questi giorni hanno facilitato il crollo. Nella notte le temperature sono rimaste al di sopra dello zero… I giornali riferiscono che il pericolo di distacco valanghe era «3» marcato sull’intera Valle d’Aosta.

    Consultando il bollettino valanghe del 7 aprile 2018 si hanno informazioni ben più precise: «Il grado di pericolo valanghe è in aumento nelle ore più calde: 2-moderato in rialzo a 3-marcato nei settori centrali e occidentali della valle, 1-debole in aumento a 2-moderato nel settore orientale dove le ultime nevicate e i venti da nord-ovest sono stati meno intensi. I problemi valanghivi sono: neve bagnata e neve ventata.
    Attività valanghiva spontanea: in aumento nelle ore più calde della giornata.
    – valanghe di neve umida anche di fondo che, a causa dell’altezza del manto nevoso superiore alla media stagionale, raggiungono le medie dimensioni e in singoli casi grandi dimensioni, in particolare dai pendii ripidi, alle esposizioni più soleggiate al di sotto dei 2500-2700 m;
    – scaricamenti e lastroni superficiali piccoli o medi, dai pendii molto ripidi, principalmente nei canali abituali e dalle barre rocciose, oltre 2300-2500 m, soprattutto nelle zone più interessate dalle ultime nevicate.
    Distacco provocato:
    – nei settori di confine con Francia e zone G.S.Bernardo-Valpelline lastroni con spessori fino a 70 cm alle esposizioni orientali e sud-orientali oltre i 2300-2500 m, maggiormente localizzati in corrispondenza dei cambi di pendenza e in prossimità delle creste, sono generalmente soffici. Durante le ore più calde uno sciatore può provocarne il distacco;
    – strati deboli inglobati presenti nella parte superiore del manto o dove questo risulta più sottile, generalmente al di sotto delle croste che sono ancora un punto fragile di scivolamento/rottura, in particolare alle esposizioni settentrionali oltre i 2300 m;
    – numerose cornici presenti a tutte le esposizioni in particolare sotto ai 3000-3200 m di quota, attenzione sia al sovraccarico per il passaggio dello sciatore, sia al transito nelle zone sottostanti per possibili crolli nelle ore più calde della giornata.
    E’ buona regola terminare le escursioni entro la mattinata».

    L’interpretazione di questo bollettino sarà di certo essenziale nell’accertamento di eventuali responsabilità della direzione del Corso, perché si discuterà parecchio se la sezione occidentale del gruppo del Monte Emilius faccia parte del settore centrale o del settore orientale della Valle d’Aosta

    La gita del corso prevedeva di passare la notte al rifugio Arbòle, poi un’altra gita per la domenica, quindi il rientro.

    Uno del gruppo di scialpinisti romagnoli viene evacuato
    Una tragedia con due morti è cosa nella quale i giornali sanno rimescolare assai bene. La Stampa riporta i tentativi dei giornalisti di parlare con i sopravvissuti: «”No, guardi, lasci stare. E poi ci sono i nostri istruttori”. Si mette le mani sul volto il giovane che scende le lunghe scale in pietra del Centro traumatologico di Pila. Fa parte dei diciannove sciatori che salivano al colle di Chamolé. Sono arrivati dal disastro bianco con l’elicottero. Sono sotto choc. Tra loro alcuni cercano la solitudine, vanno verso la piazzola dell’elicottero, a sedersi su un muretto. I pulmini bianchi della società delle funivie Pila fanno la spola tra il Centro traumatologico e l’Ufficio gare», al piano strada della stazione della funivia che arriva da Aosta. Fra il Centro e l’ufficio non c’è neanche un chilometro di asfalto. Con loro agenti della polizia e carabinieri. “Siamo di Imola e anche di altre città”, dice una signora bruna con il volto incassato nelle spalle. Il racconto sarà per altri momenti. Non viene scelto da nessuno come sfogo. E c’è chi chiama casa o qualche amico. Il pianto subito frenato interrompe la voce di uno di loro che si siede nel pulmino parlando a bassa voce al telefono: “No, sto bene, non mi sono fatto niente, ma altri… Sì, una grande valanga”. Gli elicotteri continuano a fare la spola tra il lago di Chamolé e Pila, oppure scendono subito ad Aosta. Ci sono quelli della protezione civile e del soccorso alpino, della Finanza, dei vigili del Fuoco di Torino che trasportano nella neve a grumi della valanga la squadra sommozzatori. I superstiti fanno fatica anche a parlare fra loro. All’Ufficio gare delle funivie di Pila arrivano anche due psicologi dell’Usl. La gestione delle emozioni, del dolore è importante. Chi esce dall’Ufficio gare per prendere un po’ di sole, fumare una sigaretta, guardare il cielo o fare una telefonata, confida: “Gli istruttori sono sotto choc. Lasciate perdere, capite il momento”. È il suo modo per dire ai cronisti che non è il momento. Le loro dichiarazioni le hanno già fatte a polizia e carabinieri. Uno di loro, giacca verde, nello stretto portico del posto di polizia non distante dalla scuola di sci, dice: “Sì, eravamo sulla neve”. Pare un’ovvietà, anzi una frase che ha dell’assurdo. In realtà tradisce lo stress, la paura impressa nella memoria di quell’enorme massa di neve che viene dall’alto e ha travolto i compagni».

    Allorché il Soccorso alpino della guardia di finanza di Entrèves consegna la relazione alla procura di Aosta, questa apre un’inchiesta per disastro e omicidio plurimo colposi.

    Il recupero della salma di Carlo Dall’Osso
    Sono sei gli indagati, il responsabile del corso e cinque istruttori. Si tratta del direttore Vittorio Lega, 51 anni, e degli istruttori Leopoldo Grilli, 44 anni, Alberto Assirelli, 50 anni, Paola Marabini, 56 anni, oltre ai due sopravvissuti travolti dalla slavina, Giacomo Lippera, 45 anni, di Rimini, e Matteo Manuelli, 43 anni, di Imola, istruttori sezionali del CAI. Uno di loro è stato salvato in extremis dai soccorritori, che lo hanno rianimato. Gli è stato notificato l’avviso di garanzia in ospedale.

    In base alla ricostruzione del Soccorso alpino della guardia di finanza di Entrèves, guidato dal maresciallo Delfino Viglione e intervenuto sul posto con il Soccorso alpino valdostano, tutti erano attrezzati con Artva, pala e sonda e Dall’Osso aveva inoltre lo zaino airbag che in determinate condizioni consente di galleggiare su una slavina: tuttavia, pur essendo riuscito ad attivarlo, la neve molto umida, quindi pesante, non ha dato scampo e lo ha ugualmente sommerso nel lago. Il corpo di Dall’Osso è stato individuato in acqua proprio dall’Artva.

    La massa di neve si è probabilmente staccata dopo il passaggio degli sciatori che erano a monte. La valanga aveva un fronte di 200-250 metri e uno sviluppo di 600.

    «Mancano ancora alcuni dettagli, per esempio sulla distribuzione dei 21 scialpinisti lungo il pendio – dichiara la magistrata Eugenia Menichetti – Abbiamo però appurato che il percorso da loro scelto (dal lago di Chamolé al rifugio Arbòle) era poco seguito». Per la pericolosità? «E’ un pendio di elevata pendenza. La pericolosità dipende anche dalle condizioni della neve. Sono in corso accertamenti, verranno fatte analisi del manto».

    Il pendio a nord-ovest del col Chamolè con a destra la Testa Nera
    Dalla relazione del SAGF consegnata in procura è emerso che il gruppo era composto da 21 persone in tutto, non 19 come si era appreso in un primo momento. Tra di loro anche due snowboarder, che procedevano in salita con le ciaspole, tra i quali una delle due vittime, Bucci.

    Il primo gruppo di 14 persone, muovendosi da sinistra a destra, ormai quasi al colle, ha provocato la valanga che, nella sua corsa, ha travolto le rimanenti sette persone. Oltre ai due feriti e ai due morti, anche altre due o tre persone sono stati coinvolte parzialmente dal distacco nevoso.

    Operazioni di soccorso sulla valanga che si è scaricata nel lago Chamolè
    Le tracce degli sci devono aver provocato un distacco in due tempi molto ravvicinati. La linea di frattura dello strato più superficiale del manto nevoso ha inseguito la geometria del versante della montagna per 250 metri. Il ripido pendio ha subito un collasso. Il peso e il percorso trasversale devono aver sollecitato strati di neve già in movimento per temperature in forte rialzo, per l’umidità della neve e per le ultime nevicate.

    La chiamata di aiuto ha raggiunto la stazione unica di emergenza alle 10.48. In dieci minuti il primo elicottero era già sulla valanga. I due sepolti sono riusciti a mantenere quel poco d’aria necessaria alla sopravvivenza grazie a una sorta di nicchia che si creata proprio per il tipo di neve: l’umidità la rende pesante ma contribuisce a renderla compatta e a formare vuoti d’aria.

    Gli uomini del Soccorso alpino della Finanza di Entrèves procedono con l’inchiesta. Non soltanto con le testimonianze, ma anche con le analisi dello stesso manto nevoso. I ventuno scialpinisti hanno seguito la parte di sinistra del pendio, dove con la bella stagione riemergerà il sentiero che a stretti tornanti sale fino al colle Chamolé. «Itinerario inusuale», dicono gli esperti. In realtà, è difficile trovarne uno meno pericoloso o complicato per raggiungere d’inverno e in condizioni di innevamento anomalo, come quelle di questa stagione. L’itinerario usuale per raggiungere il rifugio Arbòle passa per il colle di Plan Fenêtre 2221 m e per il vallone del Comboé.

    Alla custode dell’Arbòle, Valentina Liguori, che aveva appositamente per quel gruppo aperto il rifugio, è stato chiesto qual è l’itinerario primaverile che normalmente si segue per arrivarvi. «Noi seguiamo il vallone di Comboé, poi arrivati in fondo saliamo lungo il corso del torrente, sulla destra, è il percorso più agevole. Certo occorre prestare molta attenzione e che i ripiani al di sopra siano già scaricati. Per lo scorso fine settimana avevamo raggiunto il rifugio in elicottero perché io sono infortunata. Dovevamo anche trasportare cibo proprio per gli ospiti».

    Un particolare non va sottovalutato: anche se nessuna delle più note e storiche monografie scialpinistiche riporta quell’itinerario, esso è descritto in Alp n. 260, dic-gen 2010, pag. 57 come pure in Orizzonti bianchi, itinerari scelti di scialpinismo in Valle d’Aosta, vol. 1, di Alessandro Mezzavilla e David Pellissier. Alp riporta che l’itinerario “impone ottime condizioni di sicurezza”, mentre Mezzavilla-Pellissier avvertono di possibili distacchi nevosi su ambo i versanti del col Chamolè. In più se ne vede descrizione anche su internet (on-ice.it, gulliver.it e montagneinvalledaosta.com).

    Ma i 21 scialpinisti hanno cambiato programma. È possibile che avendo rinunciato alla salita sulla Becca di Nona abbiano deciso di fare l’itinerario del colle di Chamolé, dal lago in su. Hanno trovato condizioni di grande innevamento e con temperature al di sopra dello zero. Una volta raggiunto il colle avrebbero poi dovuto oltrepassare la cresta e affrontare una traversata molto pericolosa. Se ne intravede una parte proprio nella fotografia scattata dalla Finanza dall’elicottero e pubblicata qui sotto.

    Da quella sorta di orecchia creata dal distacco della valanga avrebbero dovuto proseguire in alto, poi scendere nell’estrema parte sinistra che si vede nell’immagine. Quel versante da attraversare è rivolto a est e, alle 11, il sole l’aveva già riscaldato almeno da tre ore. Ma proprio il riscaldamento aveva già provocato disequilibrio sul crinale, dove il passaggio degli scialpinisti ha provocato il distacco.

    È la prima volta che a distanza di due giorni da una sciagura in montagna vengono aperti fascicoli di indagine con ipotesi di reato a carico di persone, perché di solito l’inizio indagine è caratterizzato da un fascicolo generico. Ma qui si parla di un corso di scialpinismo, con responsabilità degli istruttori che alla magistratura sembrano evidenti.

    La richiesta di incidente probatorio è stata avanzata dal pubblico ministero Eugenia Menichetti, che coordina le indagini. Il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Colazingari ha affidato alla guida alpina di Gressoney Paolo Comune l’incarico per una perizia volta a chiarire le dinamiche della valanga. Il perito ha avuto dal 3 settembre al 3 novembre 2018 per vagliare le cause che hanno portato al distacco e la condotta degli indagati. La perizia approfondirà, fra le altre cose, gli aspetti già trattati nella relazione tecnica del soccorso alpino della guardia di finanza (il tipo di valanga, il punto di distacco e gli elementi oggettivi e soggettivi che sono intervenuto nella tragedia) consegnata il 2 maggio 2018. Il consulente tecnico dovrà determinare «se l’evento si è verificato esclusivamente per cause naturali ovvero se nel determinismo causale dello stesso siano intervenuti fattori umani, con particolare riferimento alla condotta degli indagati e alla presenza del gruppo dagli stessi condotto, relazionando le indicate circostanze allo standard diligenziale richiesto dalla migliore scienza ed esperienza in materia». Gli indagati erano stati interrogati dal pubblico ministero il 17 maggio 2018.

    Dalla relazione di Paolo Comune, in sintesi, emergono per i sei indagati profili di responsabilità, per quel che riguarda la scelta del percorso, per l’orario di partenza e per il numero di partecipanti all’escursione.

    E’ del 13 giugno 2019 la notizia che sono stati rinviati a giudizio per i reati di disastro e omicidio colposo (non più plurimo) i sei istruttori del CAI.

    Questa derubricazione è stata necessaria, considerato che anche il Dall’Osso è presunto colpevole assieme agli altri istruttori: e dunque, per logica, la vittima incolpevole è solo una, il Bucci.

    Secondo il PM, l’attraversamento del colle fu “commesso con negligenza, imprudenza e imperizia” a causa “della presenza di pendii esposti al rischio valanghe“.

    La notizia del rinvio a giudizio è stata commentata da Vincenzo Torti, presidente generale del CAI, nonché avvocato: “Preso atto della richiesta di rinvio a giudizio presentata dal PM di Aosta, dott.ssa Eugenia Menichetti, nei confronti dell’istruttore CAI che coordinava l’uscita sul Colle di Chamolè, vicino a Pila, durante la quale una valanga ha travolto il gruppo di scialpinisti provocando due vittime, nonché, “a strascico”, anche nei confronti di altri che, con ruoli diversi e nettamente differenziati, vi prendevano parte, il Club Alpino Italiano non può che auspicare che, nel perdurante rispetto per le incolpevoli vittime, già dall’imminente udienza preliminare, questa drammatica vicenda possa essere correttamente inquadrata sia nella peculiarità del contesto ambientale venutosi a creare, sia con riferimento all’effettivo ruolo dei singoli partecipanti, in una mai preconcetta ricerca della verità”.

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    alebiffi86
    Partecipante

    …Pazzesco..per quanto mi riguarda organi come la procura e la magistratura dovrebbero stare fuori dai coglioni quando si parla di montagna; l’ho sempre detto e lo ripeto: nella natura selvaggia non possono valere le stesse regole della civiltà e non si può pretendere di aprire un fascicolo d’indagine al pari di una rissa in un bar dove ci scappa il morto; in montagna non esiste la legge dell’uomo..ciascuno calca le cime a proprio rischio e pericolo ed è pure sbagliato pensare di affidarsi ad un istruttore delegando a quest’ultimo ogni responsabilità..si deve comunque essere consapevoli che la morta rimane un’evenienza.

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