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Giovedì 24 Mag 2018
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Novità

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di Flavio Milazzo

Quella che vado raccontando non costituisce la narrazione di un nuovo record sportivo, ma il racconto di un’esperienza e della passione che ho per la montagna e per le Alpi Apuane in particolare.
Fin da piccolo venivo portato dai miei familiari in Apuane per tranquille gite domenicali ai più frequentati rifugi del versante versiliese (Rif. Forte dei Marmi, Rif. Del Freo e Rif. Alto Matanna) o in qualche classica ascesa a vette poco impegnative delle Apuane (Matanna, Prana, Piglione, Corchia, Altissimo). Già allora mostravo uno spiccato interesse e affinità per la natura e la montagna.
Crescendo e praticando diversi sport (nuoto e ciclismo agonistico) non ho comunque mai smesso di fare escursioni in Apuane, volte in particolar modo a conoscere nuovi posti o salire su nuove vette.
La scelta di intraprendere il percorso universitario legato alle Scienze Geologiche, derivava soprattutto dalla passione per la montagna e per la natura che avevo maturato e coltivato durante gli anni precedenti, ma anche dal bisogno di capire più in profondità quelle montagne.
Durante gli anni di università, questa passione è cresciuta, in quanto ho iniziato a vedere le Apuane sotto un’ottica differente scoprendo che oltre a rappresentare una particolarità naturalistica e paesaggistica, queste montagne sono uniche anche dal punto di vista geologico. Esse costituiscono infatti un massiccio di rocce metamorfiche formatesi in profondità e successivamente portate in superficie fino a sfiorare gli attuali 2000 metri di quota.
Nel corso delle tesi di laurea, ho avuto la possibilità di trascorrere diversi mesi sulle Apuane, dove ho cartografato molti chilometri quadrati di territorio percorrendo ogni giorno molti chilometri.
Questa esperienza però mi ha permesso di esplorare e conoscere nuovi posti, nuovi sentieri e di salire su qualche vetta nuova, in generale di accrescere le mie conoscenze sul territorio da molti punti di vista.
Finità l’università, alcuni amici (Giovanni Lazzari e Lorenzo Pacini) mi hanno introdotto al mondo del trail running, e con loro ho iniziato ad allenarmi su distanze maggiori di quanto avessi mai fatto, facilitato comunque dalla base atletica ereditata dalla pratica del ciclismo.
Durante queste escursioni ho iniziato a maturare l’idea di attraversare parzialmente o totalmente l’intero massiccio delle Alpi Apuane. Il problema maggiore di percorrere decine di chilometri a corsa in montagna è rappresentato dal fatto che avendo uno scarso background di running non ero perfettamente preparato a livello articolare per attività del genere.
Tuttavia ho deciso di compiere delle escursioni “prova” attraversando la parte meridionale delle Alpi Apuane nell’agosto del 2014 percorrendo i 30 km da Passo Lucese ad Arni in circa 4,5 ore. L’estate successiva ho potuto testare il percorso centro-settentrionale partendo da Campo Cecina e terminando nell’abitato di Pruno (45 km).
 Questi tentativi sono comunque stati molto utili nella pianificazione del percorso ideale e per farsi un’idea della magnitudo dell’intera traversata.
Fatto tesoro delle esperienze degli anni precedenti, ho fissato la data della traversata nord-sud delle Apuane il 21 agosto 2016. Nonostante avessi pensato ad arrivare a tale data nel migliore dei modi e riposato, il problema principale riguardava la scarsa preparazione di trail running maturata nel corso dell’anno, in quanto praticando principalmente ciclismo amatoriale, mi sono dovuto fidare unicamente della preparazione atletica derivante dalla pratica di tale sport.

 

 
 
a) Partenza all’alba da Campocecina; b)Versante orientale del Monte Sagro

 
Era l’alba (5:30), quando lasciandomi alle spalle il portone del Rifugio Carrara dove avevo passato la notte, ho mosso i primi passi in direzione sud verso i prati di Campocecina. I primi chilometri hanno visto l’attraversamento della zona di Campocecina e del Monte Sagro percorrendo il sentiero 173. Aggirato il Monte Sagro da nord si cambia versante e si percorre il lungo crinale boscoso che conduce a Foce Rasori ai piedi del Monte Grondilice.
L’ascesa al Grondilice ostacolata da un gregge di capre un po’ nervose, è avvenuta senza altre particolari difficoltà tecniche ne fisiche, forte del fatto di avere ancora molte energie. Una volta in vetta ho percorso velocemente la discesa verso il caratteristico Rifugio di orto di Donna, percorrendo i primi 9,5 km in 2 ore e 30 minuti circa.

 

 
 
a) discesa dal M. Grindolice, in lontananza il Pizzo d’Uccello; b) vista sul rifugio Orto di Donna e il Monte Pisanino sullo sfondo.

 
Giusto il tempo di scattare qualche foto e mi sono rimesso in marcia in direzione Zucchi di Cardeto, da cui si può godere della vista del Monte Pisanino, la vetta più alta delle Alpi Apuane (1947 m.s.l.m.).
Aggirato il Monte Cavallo da est e giunto alla cava del Passo della Focolaccia, mi aspettava la seconda ascesa della giornata alla vetta del Monte Tambura (1890 m.s.l.m.). La lunga cresta NW percorsa dal sentiero Cai 148, pur presentando fianchi scoscesi, non riserva particolari difficoltà tecniche, se non  per il repentino cambiamento delle condizioni metereologiche di quel momento, caratterizzate da una fitta nebbia e vento forte, ragione che mi ha impedito di godere della vista mozzafiato che si gode dalla vetta.

 


Cresta NW del Monte Tambura

 
Una volta iniziata la discesa e giunto a Passo Tambura (1634 m.s.l.m.), l’ulteriore discesa fino ad Arnetola tramite la via Vandelli (sentiero Cai 35) è d’obbligo se non si vuole intraprendere la pericolosa cresta dell’Alto di Sella e del Monte Sella. Durante la lunga discesa giù per i tornanti della via Vandelli, la nebbia iniziava a diradarsi temporaneamente lasciando il posto alla luce di un timido sole che illuminava i bianchi fronti di cava di Arnetola. A quel punto a quota 1100 m.s.l.m., entrando in un suggestivo bosco di faggi, iniziava l’ascesa al Passo Sella, scavalcando di fatto il crinale montuoso orientato est-ovest che collega il Monte Sella al Monte Fiocca.
L’ascesa, affrontata con ancora una certa freschezza fisica, mi ha condotto verso le 12:00 al passo (1500 m.s.l.m.) dal quale si possono ammirare i paesaggi della zona di Arni e delle Apuane Centrali. Con 20 km e 5 ore e 30 minuti di cammino sulle gambe, ho iniziato la lunga e logorante discesa in Arni attraverso la strada di cava che conduce all’abitato. Raggiunto il paese di Arni e quindi la strada asfaltata che porta al Passo del Vestito, mi sono diretto verso la località Tre Fiumi, con la consapevolezza di essere giunto a metà percorso non ancora particolarmente stanco e affaticato e quindi con buone possibilità di riuscire a compiere l’intera traversata in quel giorno.

 
Passo Sella

A 30 km di percorso, una volta attraversata la strada statale che collega la Versilia ella Garfagnana, tramite il Passo del Cipollaio, cominciava di fatto l’attraversamento della parte meridionale del massiccio delle Apuane.
Dalla località Tre Fiumi, tramite il sentiero Cai 128, che aggira il M. Freddone da nord, ho raggiunto lo splendido alpeggio di Puntato, da dove poi addentrandosi nei boschi del Retrocorchia si sale alla Foce di Mosceta. Durante l’ascesa iniziavo ad accusare i primi sintomi di affaticamento muscolare e articolare.
Giunto al Rifugio del Freo verso le ore 15, avevo percorso circa 35 km con 8 ore e 30 minuti di cammino; ad aspettarmi ormai da ore trovavo i miei amici Cristiano Dini e Federico Bianucci con il quale abbiamo pranzato assieme al rifugio.
Rimessomi in cammino dopo la breve sosta del pranzo, ho imboccato il sentiero 125 ai piedi della Pania della Croce, il quale dopo un lungo cammino e qualche tratto un po’ tecnico conduce a Foce di Valli (1258 m.s.l.m.) dal quale è possibile godere di una visione d’insieme sulle Alpi Apuane meridionali.
 
Veduta sulle Apuane Meridionali dalla Foce di Mosceta
 

Panorama dall’arco del M. Forato

Nell’avvicinamento al Monte Forato, attraverso la Costa Pulita, la fatica e il caldo iniziavano a farsi sentire. Giunto sotto l’arco del Forato, giusto il tempo di scattare qualche foto e di ammirare tale bellezza naturalistica, mi rimetto in marcia piuttosto affaticato.
Il pomeriggio scorreva velocemente, mentre ero impegnato nella discesa verso la foce di Petrosciana attraverso i fitti boschi di faggi e carpini che lambiscono il versante nord-orientale del Monte Forato. In breve tempo, imbocco il sentiero 109 e giungo alla foce delle Porchette, dove successivamente inizia una ripida salita che consente di aggirare il Monte Nona da oriente.
Procedevo ormai a rilento a corto di cibo ed acqua e sofferente per l’affaticamento muscolare ed indolenzimento alle ginocchia, momento in cui mi trovavo indeciso sulla prosecuzione dell’impresa! Tuttavia, continuando a camminare sono riuscito a raggiungere il Rifugio Alto Matanna, dove ho potuto riposarmi e rifocillarmi per qualche minuto ricaricando un po’ le batterie!
Rimessomi in cammino verso le 19 con 48 km e 10 ore di camminata, mi restavano solamente circa 2 ore di luce prima che facesse notte. Cercando di accelerare il passo nonostante la fatica, sono giunto in poco tempo a Foce del Pallone continuando poi verso i crinali erbosi dove comincia la discesa per la Foce del Termine lungo il sentiero 101. Il sentiero continua verso sud, lungo un crinale che nel suo versante orientale attraversa una folta faggeta, con la luce che si attenuava sempre di più.
Girato leggermente il versante ed uscito dal bosco, la chiesetta di Campo all’Orzo si ergeva alla mia sinistra, alzando lo sguardo mi ritrovo al cospetto del Monte Prana, la montagna più a sud del massiccio delle Apuane, arrossata dalle ultime luci del tramonto. Erano ormai le 21, quando seguendo le indicazioni per la Baita Barsi mi ero addentrato nel bosco in condizioni di totale oscurità, facendomi strada con la luce della torcia frontale ed una torcia a mano.
Nell’ultima ora di cammino, completamente sfinito, privo di cibo ed acqua, percorrevo lo stretto sentiero immerso nel bosco di castagni che aggirando il Monte Prana da est conduce alla strada sterrata per passo Lucese. Talvolta il silenzio assoluto del bosco veniva interrotto dallo scricchiolio dei tronchi degli alberi sotto l’azione di sporadiche folate di vento e dal verso di qualche animale nel bosco. Mi trascinato ormai sfinito verso la fine di quell’avventura, quando un cucciolo di cinghiale compariva davanti a me sul sentiero; in quell’istante ero consapevole che poteva esserci qualche cinghiale adulto nelle vicinanze, di solito molto protettivi nei confronti dei cuccioli.

   
Panorama dalla Foce del Pallone, sullo sfondo il Monte Prana; b) ultime luci del tramonto sulla Versilia

Ancora assorto in quei pensieri, dei rumori provenienti dal bosco attraggono la mia attenzione, in un attimo punto la torcia verso il bosco e vedo “accendersi” tanti occhi nell’oscurità. Mantenendo la calma accelero il passo, ma mi ritrovo in breve tempo a correre, alimentato da una carica adrenalinica che mi aveva fatto dimenticare la stanchezza delle 12 ore di cammino precedenti! Con stupore, mi ritrovo dopo breve tempo alla strada sterrata, dove ho iniziato la lunga discesa verso il Passo Lucese. Quando ormai i dolori alle gambe mi costringevano ad un passo lento ed arrancante, avvisto finalmente la sbarra rossa e bianca dal quale parte la strada asfaltata! Continuando la discesa, verso le 22:00 giungo infine al ristorante del Lucese, dove ad aspettarmi trovo i miei parenti ormai preoccupati! Avevo percorso poco meno di 60 km in quasi 13 ore di cammino!

 

 


Traccia GPS e profilo altimetrico del percorso: 59 km da Campocecina (MS) a Passo Lucese (LU)
Attività GPS ( https://www.strava.com/activities/689451529 )

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La serata con Hervé Barmasse a Pietrasanta lo scorso 5 novembre è stata davvero una bella occasione per parlare di alpinismo e montagna, ma non solo. Innanzitutto vorrei ringraziare chi ha partecipato alla serata: eravate davvero tantissimi e questo ha reso ancora più coinvolgente e pieno di significato il racconto di due ore che Barmasse ha saputo presentare. L'altro ringraziamento va a chi ha ideato questa serata, ovvero la sezione di Pietrasanta dell'UOEI, alla quale abbiamo fornito il giusto supporto come CAI. Ma torniamo al raccorto di Barmasse. L'occasione era quella della presentazione del suo ultimo libro “La montagna dentro”, un libro che ho finito di leggere soltanto alcune settimane prima che venissi a sapere della possibilità di organizzare questa iniziativa. Se il libro mi aveva piacevolmente sorpreso, devo dire che ancora di più mi ha stupito l'uomo Barmasse con la sua umiltà e e la sua capacità narrativa, ottima anche di fronte a una grande platea. Perché vado in montagna, il rapporto con mio padre, la sfida, l'esplorazione, il rischio, il riprendersi da infortuni tremendi, la morte... e la gioia nel fare ciò che ci rende davvero felici. Questi sono stati i temi trattati dall'autore; temi che hanno la montagna come sfondo (e come poteva essere diversamente con uno dei più forti alpinisti al mondo?) ma che in realtà toccano ben altri tasti emotivi e psicologici. Per Barmasse la montagna è insomma sì un enorme piega del terreno, coperta di ghiaccio e rocce, dove arrampicarsi e mettersi alla prova, ma è anche un simbolo: è ciò che rende il grande alpinista valdostano felice della scelta che ha fatto, ovvero di vivere di montagna, per la montagna, con la montagna. Dietro al Cervino e alla scoperta dell'alpinismo e anche delle proprie radici grazie al padre, dietro alle nuove vie aperte, dietro alla sfida enorme con sé stessi quanto si decide di compiere il concatenamento in invernale delle quattro creste della Grande Becca, c'è una consapevolezza: amare ciò che si fa. Molti di noi quella sera hanno partecipato perché appunto condividono i sentimenti legati alla montagna e perché conoscono bene la risposta alla domanda che spesso viene posta loro dalla gente: perché correre rischi e svegliarsi presto la mattina nonostante sia domenica? Ma la conferenza non era solo questo. Paradossalmente avrebbero potuto partecipare anche persone che amano tutt'altro, come ad esempio il mare o i grandi viaggi, e sono convinto che avrebbero capito e condiviso il consiglio di Barmasse: cercare di essere felici.

Giovanni Guidi

  

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Racconto "integrale" di Alberto Benassi nella solitaria effettuata  il 15/03/13 sulla via Zappelli-Tessandori al Pizzo della Saette. Una bella storia dedicata allo sfortunato "Butch" Marco Anghileri!  Da leggere!!!

ALPINISMO CLASSICO APUANO
PARETE NORD DEL PIZZO DELLE  SAETTE
15 Marzo 2013
Solitaria invernale alla via Zappelli-Tessandori

Il Pizzo delle Saette, conosciuto anche come Pania Ricca,  estrema punta nord del gruppo delle Panie, è una cima delle Apuane alla quale sono particolarmente legato dove, sia d’estate che d’inverno, ho salito la gran parte degli  itinerari, aprendone anche di nuovi.
Quando dal paese di Capanne di Careggine, ottimo balcone posto esattamente di fronte al Pizzo, osservi la sua parete nord, non puoi non sentirti attratto dalla sua imponenza, soprattutto quando questa è nella sua bianca veste invernale.  
Almeno queste sono le mie sensazioni quando guardo la parete. Non so bene spiegarne il motivo. Forse la sua selvaggia conformazione, tutta canaloni, speroni, crestine di roccia friabile che si alternano a ripidissimi pendii erbosi, terreno  ideale nella stagione fredda per l’amante della scalata su misto apuano, esercita su di me un fascino e una attrazione particolare. Spesso mi sono fermato a osservare la parete per carpirne i segreti, per trovare nelle sue pieghe, una nuova possibilità. Ho tanti ricordi che mi legano al Pizzo delle Saette in particolare alla sua parete nord. Varie ripetizioni.  La bella invernale di tanti anni fa allo sperone O.N.O. . L’apertura nell’inverno  del 1999 della Diretta del Vetriceto con arrivo in vetta al tramonto con il sole che si tuffava nel mare regalandoci uno spettacolo unico. Questa salita sembrava l’avesse già fatta Gianni Calcagno, poi invece il mistero storico è stato risolto.   Gianni era si stato alla nord ma per risolvere  il problema dell’attacco diretto alla via Elisabetta.
Poi , qualche inverno  dopo e, dopo alcuni tentativi, aprimmo in centro parete la via Jedi . Insomma il rapporto che mi lega con questa montagna e in particolare con la sua parete nord è forte. Poiché a questa storia qualcosa ancora manca, per chiudere il cerchio  per rendere ancora più forte questo legame, è da un po’ di tempo che per la testa mi gira l’idea di salire la nord in solitaria e naturalmente d’inverno.
Così prima che finisca l’inverno ci andrò. Basterà aspettare il momento giusto anche se questo inverno apuano non è proprio dei migliori. Tra una salita e l’altra l’inverno passa e la forma è buona. Se voglio salire la parete rispettando il classico calendario invernale, altrimenti non vale…., devo farla adesso prima che arrivi il 21 di marzo.
Una cosa che mi dispiace e che mi mette in crisi, è che la Sabri non c’è. E’ molto lontana. Praticamente dall’altra parte del mondo, in Cile in bicicletta. Non so bene se starmene zitto, così non si preoccupa e dirle poi tutto a cosa fatta quando sarà tornata. Oppure renderla partecipe di questa mia avventura.
Decido di tentare la salita sabato 9 marzo. Così il venerdì durante la pausa pranzo vado a Capanne di Careggine armato di binocolo per verificare le condizioni della parete. Da qui si possono osservare bene tutti gli itinerari, in particolare appare inconfondibile la linea seguita nell’inverno del 1961 dal viareggino Cosimo Zappelli  che un po’ sulla destra della parete sale la parte superiore del canale del Vetriceto. Più al centro ecco la bella e oramai classica linea della via Elisabetta salita nel 1980 dai fiorentini M. Boni e Pasqui. Ci sono anche altri itinerari ma le due linee più evidenti sono queste.
L’attacco, essendo piuttosto basso di quota, come al solito presenta diversi tratti scoperti e quindi sarà di misto. Misto apuano con le caratteristiche zolle ghiacciate di “paleo” o palero come dicono i massesi, la tenace erba apuana, spesso risolutiva.  La parte superiore della parete invece è bella bianca dove mi sembra di vedere degli accumuli di neve ma il binocolo che ho con me è poco potente quindi non mi aiuta più di tanto. Forse la parete non ha ancora scaricato completamente e questo non è certamente un  buon segno.
L’ispezione della parete non ha avuto l’effetto sperato. Non mi ha rassicurato, anzi mi sono venuti ulteriori dubbi. Inoltre, come ho detto, la Sabri non c’è…. Insomma non sono molto convinto ma so anche, per esperienza, che avere dei dubbi prima di una salita è normale e spesso questi svaniscono con l’azione. Così ho deciso almeno di provarci. Potrò sempre rinunciare.
Voglio fare le cose per bene, senza rischiare più di tanto. Quindi ho deciso di portarmi il materiale per potermi assicurare almeno sui tratti più ostici o pericolosi. Comunque anche per garantirmi la possibilità di scendere in caso di rinuncia. Alla fine lo zaino è piuttosto pesante. Forse troppo.
Lo so altri avrebbero da ridire su questa mia scelta perché le vere solitarie si fanno senza la corda. Ma per fare questo ci vogliono altri attributi: una capacità di accettazione del rischio e una consapevolezza delle proprie capacità ben superiori alle mie.
Un vantaggio che ho è che conosco gli itinerari per averli già saliti. La scelta è orientata sulle due classiche della parete: la via Zappelli o la via Elisabetta. Per poi eventualmente uscire direttamente  lungo la cuspide. Deciderò una volta all’attacco.
Ore tre suona la sveglia. In verità non l’ho fatta suonare perché ero già sveglio da tempo. Il pensiero non mi ha fatto dormire molto. Mi alzo, faccio colazione piuttosto velocemente e caricato lo zaino in macchina, via verso nuove avventure. Una volta passato il paesino di Isola Santa dalla strada si può dare uno sguardo alla parete ma adesso è ancora buio e non si vede nulla. Meglio così. Non sono tranquillo come invece dovrei essere.
Arrivato al Piglionico e parcheggiata l’auto, prendo lo zaino e mi incammino lungo il sentiero verso la parete. Al bivio lascio a sinistra la diramazione che sale al rifugio Enrico Rossi e prendo a destra quello che porta verso la Borra di Canala. Non c’è ancora passato nessuno quindi non c’è la traccia che invece speravo di trovare. La neve è piuttosto alta e si sprofonda assai. Se devo battere tutta la traccia, quando arriverò all’attacco sarò bello cotto. Continuo ancora  per un tratto ma poi mi fermo. Già ero pieno di dubbi, poi questa neve. Pensa e ripensa…..”che faccio? Vado o non vado? “….Ho deciso. E assai prima di vedere la parete rinuncio. La vocina interiore che è sempre bene ascoltare, mi dice che oggi non è il caso. Non è giornata. Meglio rimandare
Nonostante la rinuncia sono sereno. Di solito le rinunce, le sconfitte, bruciano molto e ci vuole tempo a smaltirle. Ma visto che non sono nemmeno arrivato all’attacco e non ci ho nemmeno provato, è inutile starci a pensare per poi trovare delle scuse. E’ una decisione naturale, non era il momento giusto. Punto e basta!
Così mi giro e preso l’altro sentiero  salgo verso il rifugio Rossi, che trovo ancora chiuso. La camminata è stata ristoratrice. Nell’ingresso, che fa anche da locale invernale, svuoto lo zaino lasciando la maggior parte della roba, prendo solamente qualche moschettone, un paio di cordini e indosso l’imbracatura. Messi i ramponi e prese le picche, mi incammino verso il Colle della Lettera. Che bello non c’è nessuno. Passato sotto alla parete del Colle della Lettera salgo verso l’attacco della via Amoretti-Di Vestea. Superato il primo breve risalto devio a destra risalendo il ripido canalino iniziale della via dei Lucchesi. In breve sono sotto il salto ghiacciato della goulottina che rappresenta la parte più impegnativa di questo classico itinerario. Parto tranquillo, il ghiaccio è ottimo e abbondante. Le picche ad ogni colpo entrano bene dandomi sicurezza. Velocemente ne sono fuori all’inizio del pendio che attraversato a destra porta al canale nascosto superiore. Qui la neve, che già prende il sole, è assai molle. Attraversare il pendio in basso non mi pare sicuro. Così mi alzo fino a toccare le rocce poi traverso lasciando una profonda traccia. Raggiungo lo spigolo  mi alzo a destra per entrare nel canale. Pur essendo in ombra anche qui la neve non è buona, non é attaccata al fondo di rocce e  paleo, quindi devo fare molta attenzione. Sotto i miei piedi c’è l’uscita del bellissimo e difficile salto della via “Sgracchi Direct” . Raggiunto il canale adesso proseguo senza problemi e anche se ripido, in poco tempo sono fuori sulla cresta sommitale. Guardo l’orologio sono stato molto veloce. E’ incredibile quanto si è veloci da soli. Telefono ad Oreste e gli dico che alla nord ho rinunciato così se ne starà tranquillo. Gli racconto della solitaria alla via dei Lucchesi, appena fatta, e che stasera mi fermerò a dormire al rifugio dove l’aspetterò per fare qualcosa insieme domani.
E’ presto così decido  di fare un’altra via ma mentre scendo  il Vallone dell’Inferno, mi rendo conto di non averne voglia. Per oggi sono stranamente soddisfatto. Ho solo vaglia di rilassarmi e godermi questo bellissimo ambiente che mi circonda. Così raggiunta la focetta del Puntone, senza indugi,  mi dirigo verso il rifugio che oramai sarà sicuramente aperto. Infatti i rifugisti sono arrivati, “c’è posto per cenare e dormire? “ . Il rifugio è pieno perché stasera c’è il corso della scuola di Pisa ma un posticino Emanuele me lo trova.
Così per ringraziarlo e per ingannare il tempo, prendo la pala e mi metto a togliere la neve che blocca la porta esterna della cucina. Un po’ di lavoro non può che farmi bene, è tutto allenamento. La giornata è bellissima si sta da Dio. Relax completo. Mi rifarò domani con Oreste.  Nel pomeriggio ecco che arrivano quelli del corso: allievi e istruttori. Sono  un bel gruppo e alla sera il piccolo rifugio Rossi è bello zeppo. C’è anche Alessandro Galeffi salito con gli sci. A causa del vento non  è riuscito a montare la tenda così è tornato al rifugio. Emanuele ci prepara un’ottima e abbondante cena: zuppa, arrosto, polenta e per finire il dolce. La serata passa in allegria tra chiacchiere, risate e bevute varie. Che belle queste serate in rifugio a parlare di montagna, di alpinismo, a condividere esperienze ed avventure. Al piccolo rifugio Rossi si respira ancora quell’aria di montagna che purtroppo in altri rifugi, oramai diventati dei ristoranti, si è persa.
Dopo una bella dormita, per fortuna, nessuno a esageratamente russato; alle sette sono già tutti in piedi per la colazione. Per me è ancora presto Oreste e Luigi arriveranno non prima delle nove. Ma visto che tanto non si dorme mi alzo e faccio colazione  con Alessandro e gli altri.
La giornata è bella e dopo poco le nove ecco che arrivano Oreste e Luigi. Decidiamo di andare a ripetere Illogic Buttress una via che non ho ancora fatto. La via si rivela bella ed impegnativa con delicati passi di misto. Luigi è la prima volta che si mette i ramponi. Per lui un inizio niente male! E’ entusiasta di ritornare per una nuova salita. Per farlo ancora più contento andiamo fino in vetta alla Pania visto che con la neve non c’è mai stato.
Finalmente la Sabri rientra dal suo viaggio in bicicletta nella Patagonia cilena e gli posso parlare  della mia intenzione di fare la solitaria. Ero un po’ titubante perché pensavo che mi avrebbe detto di non andare, di lasciare perdere. Invece, con piacevole sorpresa,  non fa problemi. O perlomeno fa finta… In fondo mi preoccuperei anch’io. E’ come togliermi un peso. Adesso sono più sereno. Sono pronto ad andare.
Rifaccio lo zaino rinunciando ad un  po’ del materiale in modo da avere lo zaino più leggero. Le difficoltà tecniche della via non sono alte e penso di poter salire in gran parte senza assicurami. In compenso questa volta mi porto le ciaspole e i bastoncini che lascerò poco prima dell’attacco per poi tornare  a riprenderli.
Nello zaino metto una mezza corda da sessanta metri, una decina di cordini, sei moschettoni, sei chiodi da roccia misti, una vita da ghiaccio, un  warthog da usare sul paleo ghiacciato, due friends, casco, imbrago, pila frontale, ramponi, due picche, due paia di guanti, un litro di tè, qualche barretta energetica.
Alle tre suona la sveglia. Faccio un’abbondante colazione, la giornata sarò lunga e faticosa, meglio fare il pieno di  carburante, saluto la Sabri che mi fa le sue raccomandazioni e vado.
A differenza della volta precedente, mi sento tranquillo e non vedo l’ora di iniziare la scalata. L’unica cosa che un po’ mi preoccupa è il rialzo di temperatura che c’è stato.
Arrivato al parcheggio, incontro Enrico Tomasin che assieme ad un suo amico sono diretti anche loro alla nord. Bene così se ci sarà da  fare la traccia mi daranno una mano e risparmierò non poca fatica. Questa volta comunque ho portato le ciaspole.
Raggiunto il bivio per il rifugio Rossi, visto che c’è la traccia, decido di lasciare nascoste dietro ad una pianta le ciaspole per poi riprenderle al ritorno. Così sarò più leggero. Grazie alla traccia arriviamo presto sotto la parete. Adesso non rimane che  fare la traccia lungo il pendio per arrivare all’attacco.  
Loro sono venuti per fare la via Elisabetta ma lasciano a me la possibilità di scegliere. Mi piacerebbe tentare la via Elisabetta per poi magari uscire direttamente lungo la cuspide, ma visto che sono venuto per fare un solitaria preferisco essere da solo sulla via. Inoltre il muro erboso iniziale che da accesso al canalone centrale è bello scoperto e decisamente non invitante. Ho deciso farò la via Zappelli.
Così mi sposto a destra fin sotto il canalino di attacco. Scavata una piazzola mi preparo. Indosso l’imbraco dove appendo un po’ di materiale e metto i ramponi. La corda per adesso la lascio nello zaino. Un ultima occhiata agli amici  “ci vediamo in vetta” e parto deciso.


Supero il primo risalto che da accesso al canalino che porta sulla diretta del Vetriceto. Invece di proseguire dritto, lascio il canale e traverso a destra lungo una specie di cengia con risalti. Da subito mi rendo conto che la neve non è buona come speravo e il ghiaccio , a causa del rialzo termico, è scollato dal terreno. E anche questo non è indurito dal gelo. Dovrò stare molto attento.
Girato uno sperone arrivo all’inizio di un canalino con ghiaccio fradicio. Un tratto più ripido mi fa imprecare. Per salire sono costretto ad usare le umide  zolle erbose e i lati del canalino che fortunatamente  hanno dei netti appoggi che mi permettono di stare bene sui ramponi in modo da non tirare troppo sulle picche. Finito il canalino c’è da superare un risalto erboso molto ripido con neve crostosa che appena la tocco si stacca. Non mi resta che fare della paleo-traction piantando le picche nelle zolle di paleo.  Il tratto è insidioso ma con calma e attenzione ne vengo fuori e raggiungo la forcelletta da dove, traversando a sinistra, si raggiunge lo stretto canale del Vetriceto esattamente sopra l’uscita del camino della Diretta.


Per arrivare al canale devo traversare lungo un ripido pendio di neve instabile. Non mi fido di farlo sciolto. Così tirata fuori la corda la passo doppia intorno ad una pianticella e così  assicurato attraverso a sinistra raggiungendo il fondo del canale dove la neve, pigiata dalle slavine, è ottima. Adesso posso rimettere la corda nello zaino.
Risalgo il profondo  canale stretto tra compatte pareti rocciose. L’ambiente è suggestivo.  Supero senza problemi alcuni risalti di ottimo ghiaccio e in breve raggiungo i ripidi ma facili pendii che portano alla spalla della cresta nord sopra la croce Petronio. Facilmente raggiungo la base della “paretina” ultima difficoltà della cresta nord. Le rocce sono pulite così, dopo una breve sosta, decido di togliermi i ramponi. Le difficoltà di questo tratto sono di III e IV ma la roccia friabile e una recente piccola frana, che dovrò attraversare, lo rendono insidioso. Inoltre è anche bello esposto.
 La “paretina” si supera facendo uno zig-zag destra-sinistra-destra. Tolti i guanti per una migliore presa, senza  autoassicurarmi inizio il primo diagonale  a destra. Quindi ritorno a sinistra poi di nuovo  a destra attraversando il tratto franato. E’ tutto molto  delicato e prima di muovermi saggio bene quello che prendo.
Passato il tratto pericoloso, finalmente sono al terrazzino con sosta attrezzata sotto l’ultimo risalto . Sulla destra la parete sprofonda verso il Canale del Serpente. L’ambiente è selvaggio e meravigliosamente impressionante. Questo breve risalto è il passo più difficile e vista l’ esposizione e la roccia non proprio sicura decido di farmi una minima autoassicurazione.
Unisco tre cordini che fisso alla vecchia sosta. Poi con un moschettone li aggancio all’imbracatura. Si lo so, non è il massimo dell’ortodossia tecnica, ma lo strattagemma mi da quel minimo di sicurezza che mi serve per superare questo ultimo ostacolo senza rischiare troppo. Con un passaggio impegnativo prendo le lame che formano il bordo superiore. Queste suonano a vuoto quindi non é il caso di tirarle.  Purtroppo non ho calcolato bene la lunghezza del cordino e proprio sul più bello questo va in trazione impedendomi di proseguire. Tra le gambe vedo il gran vuoto del versante ovest.  Non posso tornare indietro! Che fare? Non c’è altra scelta. Mi sgancio e liberandomi lascio cadere il cordino che abbandono alla sosta. Prova di coraggio o incoscienza…? Con decisione supero il bordo e con le mani nella neve sono fuori sulla cengia.
Consapevole di avere rischiato mi siedo a riprendere fiato. La cengia non c’è più, è sotto la neve che  ricoprendola ha formato un ripido ed esposto pendio. Rimessi  i ramponi con attenzione traverso a destra aggirando un  verticale risalto della cresta guadagnando la base di un facile  diedro-canale. Lo risalgo e in breve sono sulla coricata cresta terminale. Un ultimo sguardo verso la parte terminale della parete nord a cercare i miei amici che però non vedo.  Velocemente supero le ultime facili rocce innevate e sono in vetta.
Quante volte sono stato d’inverno sulla vetta del Pizzo delle Saette? Tante! Ma questa volta è speciale. Poso lo zaino, le fidate picche e mi metto a sedere per telefonare alla Sabri che sarà sicuramente preoccupata.
“Pronto Sa. Tutto ok. Sono in vetta” . “Di già? Bravo!” Effettivamente è presto non sono ancora le 11. Non mi ero reso conto di essere stato così veloce. Adesso posso rilassarmi e godermi questo momento di vana gloria.


Dopo aver scattato quale foto, visto che i miei amici ancora non arrivano, decido di scendere. Li aspetterò al rifugio. Non prima però di un’ ultimo sguardo alla bellezza di questi monti. Che spettacolo le Apuane. Da una parte la montagna tutta innevata. Dall’ altra abbracci il mare.
Mentre salivo la via pensavo a Marco Anghileri che sapevo impegnato nella sua solitaria invernale alla via Jori Bardill al Pilone Centrale del Monte Bianco. Mi dicevo che forza, che entusiasmo  questo ragazzo di 41 anni. Ancora non lo sapevo, purtroppo le cose non sono andate come tutti avevamo sperato e Marco non è riuscito a realizzare questo suo grande sogno e adesso non è più tra noi.
Dedico questa mia piccola avventura a Marco un gigante dell’alpinismo italiano che inseguiva un sogno, un emozione. In fondo siamo dei cercatori di emozioni.

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Monte Procinto

QUEL MISTERIOSO VECCHIO CHIODONE

“Lo scoglio ove ‘l Sospetto fa soggiorno

È da mar alto da seicento braccia,

di rovinose balze cinto intorno,

e da ogni canto di cader minaccia.”

Così il poeta Ludovico Ariosto, che fu governatore della Garfagnana, scrisse a proposito del monte Procinto.

Anche se oggi molti lo considerano una grossa falesia, non dobbiamo dimenticarci che sul compatto calcare e in mezzo agli strapiombi del monte Procinto, sono state scritte molte pagine della storia dell’alpinismo e dell’arrampicata apuana.

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PIZZO D'UCCELLO - ALPIAPUANE

Parete Nord

Via Nino Oppio e Serafino Colnaghi – 2 Ottobre 1940

Ripetizione di Giovanni Fazzi e Michele Pacini dell' 8 Agosto 2015 Difficoltà: fino a V+ (con possibilità di un passo inA0)

Sviluppo: 850 mt. circa   -   Dislivello: 700 mt.circa

Tempi: Arrivo all'attacco circa 1,5 ore - salita 10 ore - discesa 1 oracirca

Materiali: Utili Friend medi e piccoli, volendo qualche Nut medio-grandi, alcuni chiodi per emergenze, 2 mezze corde da 60 mt. - nr. 10 rinvii (abbondanti) - NDA (anelli di cordino, soste, cordini lunghi per soste, moschettoni per soste ed attrezzature,...)

NOTE:

Generalmente in corrispondenza delle soste sono presenti fix di piastrine rimosse, martellati in maniera da renderli inutilizzabili.

Accesso

Dirigersi verso Minucciano (LU) o da Aulla o dalla Garfagnana.

Venendo da Aulla, passare la galleria dopo Minucciano e svoltare a destra subito in direzione Orto di Donna, venendo dalla Garfagnana, prima della suddetta galleria svoltare a sinistra in direzione Orto di Donna.

Imboccata la strada per Orto di Donna dopo 5-6 km si arriva alla sbarra infondo alle cave, dove c'è il Rifugio Donegani.

Attacco

Dal rifugio la strada è sbarrata e occorre proseguire a piedi. Oltrepassato il primo tornante, imboccare, sulla dx, il sentiero nr 187 per la Foce Sìggioli. Proseguire lungo il sentiero fino a giungere sulla cresta di Caprarossa (1420 Mt. circa - qui corre il sentiero n. 181) da dove è possibile ammirare la parete nord del Pizzo. Poco sopra inizia la ferrata di Foce Siggioli "Tondini-Galligani" che percorrendo la lunga e affilata cresta porta nell’anfiteatro sotto la parete fino a giungere ai "Cantoni di Neve Vecchia" (nomignolo appioppato dagli abitanti del posto perché in questo angolo la neve resta a lungo). Terminata la ferrata ci si dirige verso la base della parete. A circa un terzo della parete si può notare un'evidentissima depressione e, sulla sua verticale, un caratteristico tetto a freccia. Da questo punto risalire circa un centinaio di metri verso sinistra (viso a monte) fino ad un piccolo ripiano dove c'è un chiodo di sosta.

Discesa

Dalla vetta scendere mediante la via normale (cresta est) fino ad una selletta (Giovetto), prendere a sinistra il sentiero nr. 37, che devia subito a dx per scendere verso il Donegani. Attenzione al segnavia a dx, altrimenti si torna a foce Siggioli, dove arriva la ferrata.

 

1°tiro

Salire in diagonale per 3-4 mt. a dx la paretina puntando il chiodo prima dello spigolo, oltrepassando lo spigolo senza alzarsi troppo (1 chiodo subito dietro lo spigolo). Continuare verso sx, risalendo le rocce, fino ad arrivare a un diedrino con strapiombo (Noi non abbiamo trovato la sosta, ma dovrebbe essere nei dintorni ai piedi di un muretto), altrimenti attrezzarla. (III , IV ; ± 3 chiodi, usato friend ; ~ 30mt)

2°tiro

Salire dritti e poi continuare verso dx lungo una rampa inclinata sino ad un terrazzino sotto una fascia strapiombante. Fermarsi prima di entrare nel canale a dx (dove inizia la Biagi Nerli Zucconi). S2 su 1 chiodo posto sulla sinistra insieme a 2 fix smartellati. (III ; ~ 30mt)

3°tiro

Seguire la rampa erbosa verso sinistra sino ad un dietro (la rampa continua), salire il diedro, continuare lungo la rampa superiore fino ad un albero. S3 su albero. (II , III ; ± 2 chiodi ; ~ 50mt)

4°tiro

Seguire ancora la rampa, salire un piccolo diedro, saltare la sosta su 3 chiodi, proseguire lungo la rampa, salire altro piccolo diedro, quindi aggirare da sx un pilastrino con spaccatura rotta, sostare appena aggirato il pilastrino. S4 su 2 chiodi. (II , III ; ± 4 chiodi ; ~ 50mt)

5°tiro

Salire sopra la sosta, spostandosi verso sx ed entrare nel canale, proseguire fino alla sosta ben visibile all'inizio del camino (strozzatura). S4 su 2 chiodi. (IV , III ; ± 3 chiodi ; ~ 40mt)

6°tiro

Superare la strozzatura verticalmente, uscendone sulla dx su una rampa detritica, proseguire lungo facili rocce (difficile proteggersi) obliquando progressivamente verso sx, fino ad arrivare accanto alla base del camino. S6 su 1 chiodo ed una piastrina. (IV , III ; ± 2 chiodi e friend; ~ 55mt)

7°tiro

Proseguire nel camino (molto stretto all'inizio) con difficoltà sostenute, sino ad arrivare ad una terrazza detritica con la scritta "Lotta Continua" (percorrere il camino senza uscirne). S7 su 2 chiodi sotto la scritta Lotta Continua. ( IV+ ; ± 6 chiodi ; ~ 40mt)

8°tiro

Salire il camino/diedro di dx, quando il camino si apre spostarsi leggermente a dx (non uscire a dx, dove si trova una variante), salire ulteriormente fino ad arrivare a traversare a sx per rientrare nel canale (passo delicato in traverso e un passo in discesa, non alzarsi troppo sopra i chiodi). Rientrare nel camino di sinistra, quindi proseguire fino alla sosta dopo circa 10-15 mt. S8 su 2 chiodi. (IV+ , V ; ± 5/6 chiodi ; ~ 50mt)

9°tiro

Si sale il camino fino a quando diviene strapiombante, spostarsi a dx per uscire con passo atletico (azzerabile) (2 chiodi che fanno fare un po' di Z alle corde) per uscire su rocce più facili. Continuare a salire rocce facili fino alla sosta. S9 su 2 chiodi. (IV , V+ ; ± 4 chiodi ; ~ 40mt)

 

10°tiro

Continuare senza via obbligata per rocce abbastanza semplici puntando la sommità del primo pilastro (prima dx, poi sx, senza via obbligata, spostandosi verso sx per poi arrivare da sinistra alla sosta con la scritta "Potere alle masse". S10 su 2 chiodi. (III , IV ; ± 1/2 chiodi, utili alcuni friend ; ~ 55 mt)

11°tiro

Proseguire a dx su terreno facile fino alla base di un diedro erboso molto verticale. S11 su 2 chiodi, uno difficile da utilizzare perchè piantato molto profondamente. (III ; ± 1 chiodo ; ~ 30mt)

12°tiro

Salire il diedro (Fessura diedrica) lungo la parete di dx per qualche metro, poi rientrare nel diedro e continuare diritto fino alla sosta, che è poco prima dell'uscita dal diedro, sopra un piccolissimo terrazzino. S12 su 3 chiodi. (V+ ; ± 6/7 chiodi ; ~ 30mt)

13°tiro

Obliquare a sx per facile rampa fino all'imboccatura di un camino. Sosta da allestire. (III , ; ± 3 chiodi ; ~ 30mt)

14°tiro

Entrare nel canale camino a sx ed iniziare a salire il camino senza lasciarlo fino a sostare su un sasso nel centro del canale. S14 su 2 chiodi. ( III , IV ; ± 3/4 chiodi ; ~ 40mt)

15°tiro

Continuare a salire il camino articolato, inizialmente leggermente a dx, ma rientrando subito, senza prendere la variante a dx. Sotto una strettoia alzarsi 3-4 mt per andare a trovare la sosta a sx. S15 su 2 chiodi. ( IV ; ± 3/4 chiodi ; ~ 40mt)

16°tiro

Continuare a salire il camino senza abbandonarlo, con bella arrampicata. Salire 5-6 mt. in opposizione sino ad una spaccatura stretta con terrazzino tra le pareti ed un tratto   verticale

/strapiombante sopra. S16 su 2 chiodi distanti, uno si vede male, sono dentro la parete a sx della spaccatura. ( IV ; ± 4/5 chiodi ; ~ 40mt)

17°tiro

Salire sopra la sosta con bella arrampicata atletica in opposizione, superare il tetto sovrastante, uscendo a dx, passi protetti da 2 chiodi sotto il tetto e 2 sopra, proseguire senza mai lasciare il camino. Quando questo termina, per terreno facile portarsi a dx alla selletta tra pilastro e parete di uscita. S17 su 3 chiodi. ( V , IV , II ; ± 6/7 chiodi ; ~ 55mt)

18°tiro

Attaccare lo spigolo verticale sopra la sosta, spostarsi subito a dx per entrare in un canalino con all'inizio una piastrina (che noi non abbiamo utilizzato), salire il canalino, portarsi progressivamente verso sx, poi salire un diedro con lama a dx con passo atletico, per uscire su un terrazzino dove sopra si trova la sosta. S18 si 2 chiodi. ( III , IV ; ± 3/4 chiodi ; ~ 25mt)

19°tiro

Dalla sosta spostarsi a dx e risalire un diedro articolato fino ad uscire su terreno facile che porta alla cresta. S19 su spuntone appena sotto la cresta, su terrazzino. ( III, IV , III ; ± 4/5 chiodi ; ~ 50mt)

 

 

 

 

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