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Lunedì 24 Set 2018
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ARGOMENTO: SUPERINTEGRALE DI PEUTEREY

SUPERINTEGRALE DI PEUTEREY 26/01/2018 08:40 #27986

  • alberto
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SUPERINTEGRALE DI PEUTEREY




Courmayeur, 18 febbraio 2003, ore 11,30.
Scendo dalla macchina con le gambe indolenzite per le quattro ore che ho impiegato da Nizza. Ad aspettarmi ci sono già Steph e Patrick, insieme al nostro compatriota Lolo, che li ha accompagnati da Chamonix. Per me la differenza è notevole: trovo che non faccia per niente caldo quassù! Ci fermiamo in un angolo del parcheggio e tiriamo fuori alla rinfusa tutto il materiale -che casino!- dovremmo fare una bella cernita perché quello che abbiamo lì per terra non ci starà mai negli zaini...
Seguono discussioni e si operano le scelte di attrezzatura e viveri ed eccoci pronti con quello che occorre per otto giorni di autonomia, vale a dire cinque salami che la dieta invernale ci impone, il che equivale al piacere di portarsi uno zaino di 26 kg ciascuno per quel primo giorno del nostro periplo. Sembriamo delle tartarughe sulla strada innevata in direzione di una valle di cui ignoro ancora oggi il nome ... l'essenziale comune è camminare verso la Noire de Peuterey, che si staglia laggiù in fondo come un graal, e raggiungere la meta del giorno: il rifugio Monzino. Dopo un'oretta di marcia, si accosta una motoslitta e il suo simpatico guidatore si offre gentilmente di accompagnarci un pezzo. Uno a uno, dunque, ci trasporta fino alla fine della pista dove, con nostro grande stupore, c'è l'arrivo degli impianti di risalita e un grande bar ristorante con tanto di dehor e annessi turisti stravaccati su comode sedie a sdraio intenti a sorseggiare gazzose! Beh, a noi tutto subito ci girano un po'... pensare che avremmo potuto prendere gli impianti e risparmiare le energie per quello che ci aspetta: no, niente da dire, l'organizzazione del "prima" non è certo il nostro forte!... e per dimenticare non ci rimane altro che proseguire. Dopo poco ci inoltriamo in un sottobosco dove la neve non ci sostiene più e si sprofonda fino a metà coscia: con i nostri zaini è un vero inferno. Lolo, che ci ha accompagnati per un tratto, fa la traccia: grazie!
Raggiungiamo il Monzino alle otto e mezza di sera. Distrutti.
Questo nuovo sport, per quanto mi riguarda, comincia con non poche difficoltà: passare dal torso nudo e i pantaloncini corti a uno scafandro di plastica più quello zaino è piuttosto dura e in così poco tempo per giunta! Per eccesso di ottimismo e anche per tirarci un po' su il morale, ci diciamo che il peggio è passato...
L'indomani bisognerà ricordarsene bene per arrivare all'attacco della Ratti-Vitali alla Noire de Peuterey: nuova prova di marcia forzata con le spalle che non ne vogliono proprio più sapere di quel maledetto zaino!
Arriviamo ai piedi del couloir che separa le Dames Anglaises dalla Noire de Peuterey, non lontano dall'attacco della Ratti-Vitali, e troviamo un buon posto per il bivacco, riparato dalle scariche di sassi e altri piccoli fenomeni naturali fastidiosi che possono disturbare l'alpinista in montagna... Ci scaviamo un bel buco sul bordo di un crepaccio e istalliamo un vero e proprio campo base dove trascorriamo una notte tranquilla: una pacchia, dentro i sacchi a pelo fa persino caldo. Il giorno successivo, venerdì, sono le cinque mentre superiamo il crepaccio per addentrarci, questa volta sul serio, nel vivo dell'avventura. Avventura che come inizio si rivela complicata dato che il forte innevamento di questo inverno ha ricoperto la parte bassa della parete, costringendoci a un grosso lavoro di pulizia. E' una dura lotta contro fessure tappate dalla neve, altre gelate e tutta una serie di amenità che non di rado l'inverno dispensa sulle Alpi ... Steph, da primo, fa delle prodezze e riconosce egli stesso che non è facile: bisogna mettercela tutta! Nei primi quattro tiri, che impegnano cinque ore, lottiamo -ramponi ai piedi- a forza di colpi di lama e piccozza e ogni tipo di contorsioni per uscire dal primo bastione e raggiungere infine l'inizio delle vere difficoltà alle tre del pomeriggio, dopo aver risalito pendii di neve inconsistente che ci danno filo da torcere. Rimangono 450 metri di scalata, in teoria, e non dei più facili; farà buio intorno alle sei e il conto è presto fatto, occorre darsi una mossa, sperando che vada tutto liscio da ora in poi. Le ore passano e il bottino dei metri saliti rimane scarso: la notte ci sorprenderà presto. Come menu, ancora neve inconsistente e fessure tappate dal gelo. Ci è passata la fame: il pasto risulta troppo indigesto e ci vorrebbe proprio qualche prelibatezza sotto forma di belle reglette e di fessure asciutte per ridarci un po' di animo. Patrick fa ancora un tiro difficile prima che scenda la notte e con il buio sarà duro procedere, tuttavia Steph è ben deciso a continuare. Riparte per la lunghezza successiva, ma non trova l'itinerario giusto: ormai è buio e sembra dappertutto verticale.
La messa è finita: occorre bivaccare.
Steph fissa la corda e ridiscende. Un piccolo bivacco senza materiale necessario, senza viveri né riscaldamento, a febbraio su una parete Nord: rendo l'idea? Dopo una dura notte in parete, passata a battere i denti e a massaggiarci il corpo per non congelare, il giorno tarda a spuntare e noi non ne possiamo più; il freddo, mano a mano che le ore passano, si insidia dentro di noi sempre più in profondità. E' stata una prova seria questa notte.
Devono essere circa le sei quando, con difficoltà, cominciamo a muoverci. I preparativi sono molto veloci, risaliamo la corda fissa e Patrick attacca i tiri verticali dello scudo. Io esco dalla lunghezza più dura, quotata A1/V, convinto che dovesse essere stato un vero delirio cimentarsi su quelle difficoltà nel 1939: occorreva molto coraggio e quei ragazzi evidentemente erano proprio tosti! Seguono poi tiri di IV secondo la guida di Piola. Non troviamo per niente banali e ci tocca arrancare ancora per uscire dagli ultimi passaggi su placca verticale, resi delicati dalla neve che tappa tutte le rare fessure e ricopre le magre reglettes. Ci ritroviamo finalmente in punta tutti e tre, alle cinque, senza neppure il tempo di ammirare il panorama, una foto con la Vergine e torniamo in fretta verso la Nord, dove ci aspetta una lunga serie di doppie. Decidiamo infatti di scendere sulle doppie classiche dell'integrale di Peuterey. Una doppia, due, e la corda si incastra ... oh no, di già! Nello stesso punto di qualche anno fa quando avevo fatto l'Integrale: una vera iella. Steph risale con i jumar e in libera: è un tratto delicato, esposto, e lui lo supera al meglio. Il tempo passa, noi continuiamo la nostra discesa rallentata dal calar delle tenebre e raggiungiamo il nostro campo verso le otto e mezza di sera. Dopo questa prima cavalcata, siamo già sazi e il viaggio che abbiamo in progetto si promette, viste le condizioni, di essere una bella avventura! Dobbiamo mangiare, bere, dormire (il premio dell'alpinista dopo una dura ascensione) per recuperare al meglio, ma il giorno successivo una sveglia troppo tarda, alle otto e mezza, ci impone una giornata di riposo. I pendii innevati esposti in pieno sud che conducono ai piedi del pilastro della via Gervasutti-Boccalatte alla Punta Gugliermina devono essere risaliti di notte a causa del forte riscaldamento fin dalle prime ore dell'alba. Le numerose colate scese negli ultimi due giorni sono un chiaro segno di ammonimento. Giornata di recupero, dunque, la quinta del nostro periplo, e noi ci rigeneriamo al sole sorseggiando acqua di fusione. Sono le tre del mattino ed è ora di alzarsi.
Questa volta siamo contenti di partire, anche se gli zaini sono ancora pesanti.
Attacchiamo i pendii della Gervasutti-Boccalatte. Nella parte superiore sono composti da un metro di neve inconsistente non ancora trasformata. Procediamo con lentezza, e non vedo come potremo fare diversamente. Patrick, che conduce la cordata, sprofonda fino alla cintola e in più non può piazzare alcuna protezione: un passo avanti e due indietro, è estenuante. Il nostro gruppo di tartarughe (ninja...) giunge ai piedi del pilastro dove sale la via verso le otto. Uff, siamo veramente al limite, un'ora dopo e non saremmo più passati. Ci togliamo i ramponi: finalmente si comincia ad arrampicare! E' una scalata entusiasmante, verticale, con molte spaccature e i tiri tra il V e il V+ si susseguono uno dopo l'altro. Bivacchiamo sulla cengia che precede lo scudo finale. Senza tregua, soffia un gelido vento invernale che non fa preferenze per nessuno: notte fredda e piedi gelati per tutti. Il risveglio è difficile. Superiamo il tiro chiave, complesso, con un pendolo e un grande traverso stile Yosemite con una serie di manovre Ensa che non abbiamo ancora ben capito ... Seguono una serie di tiri verticali che ci conducono sulla vetta della Punta Gugliermina. Sono le due e la nebbia circonda le vette. Tempo di fare una doppia per raggiungere l'itinerario classico dell'Integrale di Peuterey. Il brutto tempo sembra stabile mentre noi ci dilunghiamo sulle creste che portano all'Aiguille Blanche. E' già buio e tutto "bianco": siamo in una fitta nebbia in cui rischiamo di perderci. In un misto di terrore, vaghiamo in una serie di salite e discese per trovare un passaggio. Grazie a una schiarita, verso le tre di notte, raggiugiamo infine il Col de Peuterey. Avevamo inizialmente programmato di bivaccare in quel punto per continuare direttamente sulla Freneysie-Pascale, ma le previsioni del tempo e la nostra stanchezza ci fanno cambiare idea. Prossima meta: il bivacco Eccles, dove potremo ritemprarci un po' e fare il punto sulla situazione meteo prima di dirigerci verso il Bianco. Alle quattro e mezzo, stravolti, raggiungiamo il bivacco e ... pensate un po' ..c'è qualcuno dentro ..e dev'essere un qualcuno speciale, così nel cuore dell'inverno. Patrick Bérhault e Philippe Magnin dormono e recuperano dopo le ultime fatiche e l'interminabile sequenza di salite impegnative che hanno bruciato nelle ultime due settimane. Chiacchieriamo un po' e verso le sette ci diamo il cambio. Le lepri partono per una giornata all'aria aperta mentre il tempo sembra migliorare, mentre noi ci imbrandiamo stravolti.
Un turno di giorno e uno di notte!
Il risveglio è penoso, a inizio pomeriggio, mentre fuori il tempo sembra abbastanza bello, ma ventoso. Facciamo asciugare le nostre cose, ordiniamo il materiale e, soprattutto, mangiamo e beviamo ma non troppo, poiché da ora in avanti ci tocca razionare i viveri.
Trascorriamo un pomeriggio tranquillo, sperando che il tempo si mantenga buono per il seguito. Verso le cinque, il turno di giorno rientra, soddisfatto della scalata. "Una in più, quindi una in meno".
Più tardi, Patrick (Bérhault) da un colpo di telefono a Yann della meteo che ci ridà un po' di speranza, assicurandoci ancora un intervallo di bel tempo ... beh, ce la possiamo giocare! Rito di minestra e pasta cinese e poi a nanna; la sveglia è alle quattro. Un colpo d'occhio fuori. Nevica e c'è bufera ..una vera burla. Ci prepariamo in silenzio religioso, presi dai dubbi, indecisi e, dopo qualche legittima esitazione, finiamo per partire, facendoci non poca violenza. La nostra motivazione di portare a termine il progetto che già da qualche inverno ci sta a cuore è troppo forte: il nostro itinerario non ha senso se non usciamo sul Bianco. Il simbolo è forte, una specie di quintessenza di ciò che rappresenta l'alpinismo ai nostri occhi: un itinerario logico, impegnativo, tecnicamente molto complesso con tre vie cariche di storia che ci hanno fatto sognare, tutto in totale autonomia e in invernale ... Passo dopo passo, ci dirigiamo verso l'attacco della Freneysie-Pascale, la nostra via d'uscita. Nevica e il vento spazza senza tregua le goulotte che ci aspettano. In testa Patrick pulisce lo strato di neve che ha già ricoperto tutto, mentre Steph e io abbiamo incassato la testa tra le spalle, coperta dal cappuccio di gore-tex. Si preannuncia una giornata d'inferno! Concateniamo i tiri uno dopo l'altro fino a una rampa che, resa delicata dalle cattive condizioni, ci dà filo da torcere. Il tempo passa e qualche ora dopo, all'uscita di due tiri bellissimi su misto, arriviamo alla mitica cascata di ghiaccio, baluardo d'uscita della via. Ma scende la sera e dobbiamo bivaccare. Il cielo ora è terso e spuntano le stelle. Mi addormento guardando il cielo, e sperando di aprire gli occhi l'indomani con la stessa visione. La sveglia suona e io so già che il tempo è bello dato che non ho chiuso tanto gli occhi. Fa freddo e anche la quota si fa sentire. Sono le cinque di quest'ultimo giorno della nostra avventura e tutti e tre peniamo non poco a muoverci. Persino il fornelletto gira al rallentatore. Siamo pronti a partire, quando Patrick, che è l'ultimo a mettere mi ramponi, si accorge che uno dei ganci è spezzato di netto. Questa non ci voleva! Imprecando in coro, lo ripariamo in maniera sommaria con i mezzi che abbiamo a disposizione (spago e fil di ferro), e Steph si lancia nel sigaro: che classe! Procede lentamente ma con grande maestria e in tutta serenità. Ed è ancora lui che concatena la lunghezza successiva, per forza di cose dato che io, in sosta, non gli propongo di dargli il cambio da primo, vittima come sono di un dolore acuto alla punta delle dita che mi ha privato di tutte le forze: la cosa mi fa un po' arrabbiare ...Ci ritroviamo in sosta, usciti dal grosso delle difficoltà della via e io e Patrick ci complimentiamo con Steph per come ha superato quest'ultimo difficile tiro, mentre il tempo si chiude di nuovo e si mette a nevicare. Una via eccezionale, la più bella goulotte che mi sia mai stato dato di salire sulle Alpi. Nel couloir di uscita, passo da primo: è un tratto delicato, neve polverosa ricopre la roccia e per le lame delle piccozze niente è regalato. Più in alto triboliamo per un tratto di ghiaccio nero dato che a questo punto della nostra traversata i ramponi hanno le punte arrotondate. Arriva infine la cornice, e ci troviamo come per magia dall'altro lato. Il tempo è migliore e il vento è sferzante. I colori sono incredibili: ci sono diversi strati di nubi che lasciano filtrare la luce, mentre le vallate sono avvolte dalla nebbia. E' un istante magico.
Via in direzione del Bianco, che se la ride di noi in lontananza.
Sono le cinque e mezzo e con nostro sollievo non possiamo salire più in alto. Una grande gioia, sollievo, il momento è forte, il freddo glaciale. Ci affrettiamo sul versante di Chamonix in direzione del Mont Maudit, per il Tacul e l'Aiguille du Midi. Dobbiamo fare due doppie per superare due grossi crepacci che ci ostacolano il cammino. Il freddo aumenta, il tempo è sempre più inclemente. La discesa del Tacul è un vero calvario con enormi seraccate da tutti i lati. Siamo allo stremo delle forze quando, barcollando nella neve crostosa, raggiungiamo il col du Midi. Sono le due del mattino, è nevicato molto, il brutto tempo è stabile, buon tempismo per noi... Impiaghiamo due ore e mezza per raggiungere l'Aiguille e questo la dice lunga! Letteralmente a pezzi ci togliamo le giacche umide, ricordi del Perù, e sprofondiamo nel sonno nel bel mezzo dei couloir de l'Aiguille. Il mattino ci aspetta la funivia, Chamonix, la terra ferma e il nostro primo vero pasto: tutto si concatena facilmente. Che bello avere la testa piena di sogni e di questo sogno diventato realtà, e dire che ora fa parte del passato... Abbiamo appena fatto la Superintegrale di Peuterey! Il viaggio è terminato, i nostri corpi sentono tutta la stanchezza, i piedi sono insensibili e le dita spaccate, ma la nostra testa è carica di forti emozioni che ci hanno lasciato questi dieci giorni condivisi in montagna. Cerco di trovare posto a tutto questo nella mia testa, ma ci vorrà ancora tempo, un bel po' di tempo...

Da ALP WALL
Dicembre 2003/Gennaio 2004
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