Alzare l’asticella (il non senso del limite)

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Questo argomento contiene 26 risposte, ha 7 partecipanti, ed è stato aggiornato da alberto alberto 4 mesi, 3 settimane fa.

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    alberto
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    [b]Alzare l’asticella
    (il non senso del limite)[/b]

    di Alberto Benassi
    pubblicato su Gogna blog il 29/10/18

    Possedere senso del limite è buona cosa, diciamo pure che è salutare, soprattutto in alpinismo. Qualcuno dice che l’alpinista più forte non è quello che fa le cose più difficili ma colui che si diverte di più. Qualcun altro, ironicamente più dotato, aggiunge che è colui che campa di più! Tutto questo è senza dubbio sensato, da buon padre di famiglia. Ma cosa c’è di sensato in alpinismo? A mio avviso poco, per non dire nulla! Alpinismo è sinonimo di incertezza, continua ricerca di qualcosa di nuovo, di sempre più difficile, magari anche di pericoloso. Un impegno continuo a cercare di “alzare l’asticella”, a spostare il limite con ambiziosi progetti, vittorie e naturalmente anche sconfitte.

    Sì, perché le “sconfitte” fanno parte del gioco. In una sola parola alpinismo è: avventura! Tutto questo fa parte dell’essere alpinista, ma in fondo dell’uomo in genere: cercare di fare sempre di più, come una corsa continua verso qualcosa di inarrivabile, di inafferrabile, come la sabbia che ti scivola tra le dita delle mani. Sali una vetta, poi ce n’è subito un’altra e un’altra ancora. Poi vie e ancora vie, una salita dietro l’altra, senza sentirsi mai sazi. Come quando mangi le ciliegie: una tira l’altra. Fai appena in tempo a fare una via, che già ti trovi a pensarne un’altra. Assuefatti da un’eterna insoddisfazione o da ingordigia di successi?

    [i]“Il problema è risolto, ma il gusto della vittoria è amaro. Rivedo i tentativi, le ritirate… Qualcosa di sconosciuto, di affascinante che se ne va. Forse lo stato di perenne insoddisfazione della natura umana non può renderci paghi delle nostre conquiste. Esaurito un problema, subito si va in cerca di un altro anello di una catena interminabile (da GognaBlog – La storia di un diedro di Gian Piero Motti)”.
    [/i]
    Ci hanno insegnato che non dobbiamo superare i nostri limiti. Ne va della propria sicurezza. Fare esperienza, imparare facendo un passo alla volta senza bruciare le tappe, scegliendo il momento giusto per fare il passo successivo. Ascoltare quella vocina che viene da dentro e a volte ti dice che non è il caso di continuare, che non è la giornata giusta. Tutti consigli sacrosanti che anche io ho cercato (sempre ?… mmh) di rispettare nella mia attività e ho trasmesso (questo sì!) agli altri.

    Ma è altresì vero che se l’uomo non avesse cercato il superamento dei propri limiti e non avesse avuto il coraggio o l’incoscienza di andare a vedere cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole, forse ancora oggi sarebbe all’epoca delle caverne. Così come l’esploratore che va verso l’ignoto, anche l’alpinista ha continuamente cercato nel suo cammino di superarsi. Prima le cime per le vie normali per l’itinerario più facile, poi le creste. In seguito le pareti più difficili, da prima per l’itinerario più semplice, poi per la via più diretta possibile. Quindi le prime invernali, le solitarie, magari in free-solo. Infine nell’alpinismo è arrivato lo sport con i concatenamenti e con la corsa a salire le vie nel minor tempo possibile, alla conquista dei record di velocità.

    Certo che, senza vincere le proprie paure, Balmat e Paccard spaventati dalle fauci del ghiacciaio non avrebbero conquistato il monte Bianco. Edward Whymper non avrebbe vinto la corsa sul Cervino in lotta con Jean-Antoine Carrel. Walter Bonatti non avrebbe trascorso cinque epiche e solitarie giornate sul pilastro sud-ovest del Dru anticipando di parecchi anni la storia dell’alpinismo.

    Renato Casarotto non avrebbe superato la lunghissima, difficile e pericolosa Ridge of no return al Denali e non solo. E ancora il fuoriclasse Ueli Steck, soprannominato Suisse Machine non avrebbe salito da solo e in velocità (28 ore andata e ritorno!) l’enorme ed estremamente difficile parete sud dell’Annapurna. E via così per molti altri, dai più famosi, che hanno fatto la storia, agli sconosciuti. Ognuno di noi ha cercato di alzare la propria asticella. Molti ci sono riusciti, le imprese più strabilianti sono lì a dimostralo. Per altri invece, questa continua corsa verso l’alto si è conclusa con un non ritorno. Spesso sono stati i migliori a non ritornare.

    E’ successo al mio amico Giorgio Giannaccini in una freddissima giornata di dicembre sul pilastro dei Carrarini alla Pania della Croce in Apuane. Giorgio e il suo compagno non sono tornati. E’ successo al carismatico Gianni Comino, che nel visionario tentativo di alzare la sua asticella, aveva scelto i temutissimi seracchi tra la Poire e la Mayor sulla grande parete della Brenva del monte Bianco. Forse, anche perché sapeva quanto il gioco fosse pericoloso, Comino ha deciso di andarci da solo, per non mettere a repentaglio la vita del suo compagno di sempre Gian Carlo Grassi. A proposito di Comino così riferisce Marco Bernardi: “Gianni aveva un carisma particolare; il suo modo di intendere l’alpinismo era “intellettualmente” onesto: non cercava riconoscimenti ma solo il vero significato delle cose. Viveva l’alpinismo come accettazione del rischio, era una persona razionale e sapeva esattamente la percentuale di probabilità di morire che doveva assumersi facendo determinate salite. La accettava, cercando il significato della vita in questa sua azione. Dal breve rapporto di amicizia avuto con lui tra il ’79 e l’80 ho capito che morire nel tentativo di aprire nuove strade è moralmente giusto. Non è importante stabilire se l’azione di per sé sia etica, cioè se morire scalando una montagna sia giusto o no, ma è l’esistenza di uomini e donne che sanno morire per una “idea” o un ideale che ha permesso all’umanità di evolversi e di migliorarsi. Gianni trasmetteva questa visione: solo quando si ha qualcosa per cui vale la pena di morire allora si percepisce il significato profondo della vita (da Gogna Blog, presentazione al libro di Paolo Castellino C’è un tempo per sognare – la storia di Gianni Comino, Idea Montagna, 2017)”.

    E’ purtroppo di un anno e mezzo fa la triste notizia della morte, durante una salita di allenamento sul Nupse, del grande Ueli Steck che sopra ho citato. Ueli si stava preparando a un’altra delle sue incredibili imprese ancora mai tentata: la traversata Everest-Lhotse. Il fato, il destino, la follia, la sfortuna… non hanno permesso, a queste persone, di alzare ancora una volta la loro asticella. Nel caso di Ueli forse, dico forse, anche il peso degli sponsor…?

    Anche io, modesto ma appassionato alpinista, c’ho messo del mio per cercare di alzare l’asticella e continuare ad alimentare la “conquista dell’inutile”. Certamente nulla di confrontabile con i mostri sacri, ognuno fa quello che può. Dapprima con le ripetizioni, dalle più facili alle più difficili (almeno per me). Poi con l’apertura di vie nuove di roccia, di ghiaccio e di misto. Perché è con l’apertura di nuovi itinerari che possiamo maggiormente esprimere la nostra concezione dell’alpinismo, dell’arrampicata. Tracciando il proprio solco come l’artista fa con la propria opera d’arte. Poi con molto timore e dubbi, sia verso me stesso, che nei confronti delle persone care e delle responsabilità della vita (perché, come direbbe Armando Aste, la vita è un dono e non va giocata ai dadi – anche lui però mica ha scherzato con l’alpinismo), sono passato anche alle solitarie: estive ed invernali. Cercando, anche per ambizione, di fare in solitaria itinerari che ancora non l’avevano.

    Già, perché l’ambizione, diciamolo pure, in alpinismo mica conta poco, non possiamo fare finta che non ci sia. La “corsa” di Reinhold Messner ad arrivare primo nella gara non dichiarata ma evidente per la conquista dei 14 ottomila ne è un esempio. Ma nella storia dell’alpinismo ce ne sono tanti altri. Saputo della mia solitaria alla via dei Fiorentini alla parete sud-ovest del monte Nona, Carlo Barbolini, dopo i rituali complimenti, mi disse: “Alberto, sei mica in crisi con la Sabrina?” No, nessuna crisi amorosa, nessuna crisi personale. Non è questo che mi ha spinto. Sì, è vero ci sono state imprese alpinistiche stimolate da stati di crisi. Bonatti stava attraversando un momento difficile a causa della storia vissuta al K2. Doveva dimostrare a se stesso e forse agli altri quello che era ancora capace di fare. Per questo, dopo un primo fallito tentativo, escogitò un bel sistema di riscatto personale, cercando di alzare l’asticella, andando al pilastro sud-ovest del Dru da solo:
    “Questa seconda sconfitta mi pose in uno stato di profonda depressione psichica, fu l’ultima goccia che fece traboccare il vaso colmo di delusione e amarezze già dai tempi del K2. Sarei tornato al Dru da solo per vincerlo e dimostrare così a me stesso di non essere finito (Walter Bonatti)”.

    A differenza sua, le mie motivazioni sono molto meno nobili. Ho desiderato e fatto questa prima solitaria al monte Nona, per diversi motivi. Come ho già detto, un po’ per ambizione: essere il primo a farla e passare alla storia sui sacri testi. Va beh dai, questa è solo autoironia spicciola. Ma anche perché mi sembrava una cosa diversa, e nel momento storico in cui l’ho fatta, decisamente controcorrente per l’alpinismo apuano. Poi c’è l’aspetto più intimo, vero motore di queste avventure: un confronto diretto a tu per tu con la montagna, con te stesso, dove sei solo tu a decidere. Non appagato, in seguito mi sono ripetuto con la prima solitaria alla via Zappelli sulla Nord del Pizzo delle Saette. Questa volta però ho alzato ulteriormente l’asticella andandoci d’inverno. Spesso mi sono fermato a pensare: “Questa continua corsa ad alzare sempre l’asticella ha un senso o magari è solo una follia?”.

    Non sono riuscito a darmi una definitiva risposta, se non nel cercare di accontentare questo continuo e impellente bisogno di andare oltre. In effetti quando non riesco a “muovere la classifica” sento che mi manca qualcosa. Tutto questo può essere una droga cui non so rinunciare, che mi condiziona la vita? Anch’io farò parte di quei “Falliti” che descrive Gian Piero Motti nel suo celebre e illuminante quanto triste scritto: riusciti in alpinismo ma falliti nella vita? O ancora come canta Bruce Springsteen in una sua famosa canzone “siamo nati per correre” (Born to Run)?

    Ultimamente lo dice anche Matteo Renzi che bisogna correre! Per andare chissà dove poi? Semplicemente non lo so. Non ho una risposta, oppure non la vedo. Dico solo che la montagna, l’arrampicata, l’alpinismo fanno parte della mia vita. Sono quello che sono anche perché vado in montagna e faccio alpinismo. Anche se diversi amici che hanno condiviso questa passione non ci sono più. Anche se mio padre continua a chiedermi se non mi sono ancora stufato di salire su questi “soliti sassi” dopo tutti questi anni. Nonostante tutto questo, arrampicare mi dà ancora forti emozioni e quasi quasi mi riesce meglio oggi, nonostante gli acciacchi, di quando ero giovane e… forte. No, un momento… forte non lo sono mai stato… meglio dire appassionato. Certamente non c’è più quel senso di scoperta, di spensieratezza e di novità che caratterizzava la gioventù alpinistica, quando le scalate più semplici erano vissute come grandi avventure. E, leggendo le romantiche gesta bonattiane de I Giorni Grandi, sognavamo immedesimandoci nell’eroe Bonatti. Forse anche per questo che bisogna cercare di alzare l’asticella muovendo continuamente la classifica?

    Dai forza Albè, non fare il romantico nostalgico, datti una mossa! La solitaria alla via Dolfi-Lumini non l’hai ancora fatta. Sono anni che ne parli, che aspetti? Il tempo passa e l’asticella, nonostante l’entusiasmo, è sempre più dura alzarla. Ho detto l’asticella… che avete capito…? 25 aprile 2017, falesia della Pietrina, riesco a salire Nonno Tibia proteggendomi solamente con i friend. Come si dice oggi? Ah sì, arrampicata trad. La Sabri che mi fa sicura non so se è preoccupata che mi possa fare del male, cosa non del tutto esclusa. Oppure scocciata per queste mie ragazzate, visto che ragazzo non sono più da tempo. Ci avevo già provato un paio di settimane prima ma ero stato costretto a riposarmi. Del resto… “il piede sta dove la mano tiene”… e fermarmi a mettere nut e friend mi aveva cotto le braccia. Questa volta, oltre che facilitato dal precedente tentativo, ci metto anche più determinazione e riesco a farla in continuità. Oggi questi piccoli, ma intensi venti metri, sono stati per me, pura AVVENTURA. Lo so, direte voi: “avventura su venti metri ? Ti accontenti di poco!”. Può darsi. Ma a volte basta veramente poco, non bisogna per forza andare in Patagonia o in Himalaya per… alzare l’asticella. L’avventura spesso è dietro l’angolo. Basta avere curiosità, entusiasmo e voglia di mettersi in gioco. Ma soprattutto continuare a sognare.

    #27755

    Lorenzo
    Partecipante

    Bella roba Albè…bravo! Chissà l’indiano della pietrina come l’ha presa….

    #27756
    alberto
    alberto
    Partecipante

    [quote=”Lorenzo1″ post=28704]Bella roba Albè…bravo! Chissà l’indiano della pietrina come l’ha presa….[/quote]

    Lorè sabato c’ho riprovato ma ho dovuto riposarmi…ho sbagliato la misura di un fr. e mi sono stancato nel metterlo…però alla fine ce l’ho fatta.

    Che ne pensi di queste riflessioni?…SEGHE MENTALI?

    #27757

    Lorenzo
    Partecipante

    Ma nooooo che seghe mentali……son belle cose, fa molto piacere leggerle. Condivido molto il tuo pensiero sul fatto che alcune volte ( personalmente a me è successo tante volte ) non importa essere in luoghi sperduti o pareti imponenti per essere soddisfatto a pieno, ti diro’ una cosa che molto probabilmente ne va a discapito un pò della mia seppur insignificante attivita’ alpinistica ( per i canoni di oggi, a ME MI garba da mori la mia attività ) tante volte mi viene chiesto e proposto di andare a fare uscite in dolomiti o altre zone lontane da CASA e fondamentalmente alla fine mi sposto poco, alcune volte vuoi per impegni, alcune per altri motivi…..ma un motivo fondamentale è perchè io a CASA mia ci sto bene! Alcune volte mi basta una lunghezza di corda o uno scorcio di veduta che mi fa sentire soddisfatto della giornata…..
    Per quanto riguarda Zio Tibia……fra un mese ti riviene tranquillo, devi solo impostare il braccino sulla modalita’ palestra e non alpinistica….. :evil: :evil: :evil:

    #27758
    Fabrizio
    Fabrizio
    Amministratore del forum

    Bravo Alberto, davvero un bell’articolo che mette a nudo “l’essere alpinista” al di là del grado Ricordati che come tu “devi” molto ad alcuni personaggi citati nell’articolo, qualcuno “deve” a te…io sono fiero di essere tra quelli!

    #27759
    alebiffi86
    alebiffi86
    Partecipante

    ..è proprio vero quello che dice Fabrizio, l’alpinismo apuano e gli apuanisti devono sicuramente molto ad Alberto, non solo per le vie che ha aperto ma soprattutto per il messaggio che ha trasmesso (insieme ad altri) durante la sua lunga carriera; per aver contribuito a tramandare la storia, il rispetto dell’etica e i valori dell’alpinismo tradizionale di queste piccole grandi montagne; per aver fatto e raccontato mille avventure che hanno invogliato altri a seguire queste tracce e a non ridurre tutto ad un gesto atletico tra un fix e l’altro; devo dire sinceramente che anch’io nello svolgere la mia attività mi sono spesso ispirato al suo modo di andare in montagna e anche se abbiamo scalato assieme solo due o tre volte mi sento di considerarlo un maestro; tante volte a conclusione di certe salite un po’ fuori dal comune, specialmente d’inverno, mi è capitato di pensare ” Alberto ne sarà sicuramente contento! “; ho convinzione che questo valga per tanti altri giovani come me tra i quali Nico, gli altri ragazzi della Monteforato ma pure per svariati “vecchietti” che hanno visto in Albe un esempio da seguire; la tradizione alpinistica di un luogo si trasmette anche e forse soprattutto così, attraverso personaggi che con il tempo sono diventati punti di riferimento e simboli di una determinata montagna.

    #27760
    alberto
    alberto
    Partecipante

    Ragazzi vi ringrazio molto delle belle parole, sono molto contento che ci siano persone, soprattutto giovani, che condividano un certo modo di andare sui monti. Però quello che ho scritto è una serie di riflessioni ed esperienze che ho deciso di condividere con gli altri, non perchè voglio essere l’esempio per qualcuno, ma per avere un confronto sulle idee, sulle esperienze. Soprattutto i giovani che sono il futuro dell’ alpinismo, dell’arrampicata che purtroppo qualcuno tenta sempre più di imbrigliare togliendogli il fascino dell’ avventura, dell’incertezza.

    #27761
    alberto
    alberto
    Partecipante

    Quanto al MAESTRO …per carità, diffidate!!!

    #27762
    alberto
    alberto
    Partecipante

    [quote=”fabrizio” post=28707]Bravo Alberto, davvero un bell’articolo che mette a nudo “l’essere alpinista” al di là del grado Ricordati che come tu “devi” molto ad alcuni personaggi citati nell’articolo, qualcuno “deve” a te…io sono fiero di essere tra quelli![/quote]

    Fabri mi fa piacere rivederti qua :)

    #27763
    alberto
    alberto
    Partecipante

    [quote=”Lorenzo1″ post=28706]Ma nooooo che seghe mentali……son belle cose, fa molto piacere leggerle. Condivido molto il tuo pensiero sul fatto che alcune volte ( personalmente a me è successo tante volte ) non importa essere in luoghi sperduti o pareti imponenti per essere soddisfatto a pieno, ti diro’ una cosa che molto probabilmente ne va a discapito un pò della mia seppur insignificante attivita’ alpinistica ( per i canoni di oggi, a ME MI garba da mori la mia attività ) tante volte mi viene chiesto e proposto di andare a fare uscite in dolomiti o altre zone lontane da CASA e fondamentalmente alla fine mi sposto poco, alcune volte vuoi per impegni, alcune per altri motivi…..ma un motivo fondamentale è perchè io a CASA mia ci sto bene! Alcune volte mi basta una lunghezza di corda o uno scorcio di veduta che mi fa sentire soddisfatto della giornata…..
    Per quanto riguarda Zio Tibia……fra un mese ti riviene tranquillo, devi solo impostare il braccino sulla modalita’ palestra e non alpinistica….. :evil: :evil: :evil:[/quote]

    Lorè, capisco quello che vuoi dire. E’ giusto che ognuno di noi abbia il SUO modo di vovere l’arrampicata , la montagna. Ed è bello che tu riesca a soddisfarti anche con poco.
    Io invece non riesco a soddisfarmi facilmente. Come ho scritto nell’articolo, se non riesco a “muovere la classifica” (intendo la mia…) , dopo un pò mi vengo a noia.
    Intendiamoci non è che ho bisogno di chissà cosa, ma ho bisogno di qualcosa di diverso, Che non è detto deve essere difficile. Deve essere diverso.
    Anche per questo mi piace viaggiare, spostarmi. Vedere altre montagne, confrontarmi con la storia alpinistica. Non per fare una gara, ma per capire i diversi stili, i diversi modi di concepire la scalata, l’avventura. In fondo l’alpinista è anche un viaggiatore, un esploratore di luoghi ma anche di se stesso.
    Bello il libro di Gino Buscanini sulla Patagonia: “Patagonia, terra per alpinisti e viaggiatori”.
    Però è anche vero che a volte basta viaggiare con il pensiero, sognare per trovare l’avventura che è dietro l’angolo di casa. Basta guardare la stessa montagna con occhi diversi.
    Per questo mi sono divertito a salire alcune vie del Procinto con dadi e fr. Intendiamoci nulla di eccezionale ma mi sono sembrate diverse anche se le conosco come le mie tasche.
    Insomma , l’importante è non accontentarsi.

    #27764
    alberto
    alberto
    Partecipante

    [quote=”fabrizio” post=28707]Bravo Alberto, davvero un bell’articolo che mette a nudo “l’essere alpinista” al di là del grado Ricordati che come tu “devi” molto ad alcuni personaggi citati nell’articolo, qualcuno “deve” a te…io sono fiero di essere tra quelli![/quote]

    Si Fabri , si deve sempre qualcosa a qualcun’altro.
    Io, in particolare, devo molto a Luciano Sigali. Ora lui non c’è più ma lo penso sempre. Gli devo veramente tanto da quando tanti anni fa sulla terrazza del rifugio Forte dei Marmi, mi disse: “bimbo ma te che sei sempre li da solo sul muretto, vuoi venire a scalare?! ” Mi ha aperto un mondo.

    #27765

    Lorenzo
    Partecipante

    Concordo in pieno…..poi sai alla fine quando dopo mi sposto mi diverto come un matto e torno sempre bello felice di essere andato via……ma mentre sono in viaggio un pensiero ai luoghi di casa mia lo faccio sempre perchè qui sono sicuro che torno a casa soddisfatto……

    #27766
    alberto
    alberto
    Partecipante

    non sono sempre tornato soddisfatto. Nel senso che diverse volte sono tornato senza un nulla di fatto con la coda tra le gambe e gli orecchi ben bassi.
    O perchè non c’erano le giuste condizioni o perchè in verità….non ero io nelle giuste condizioni.

    Le sconfitte bruciano assai , ci vuole tempo per mandarle giù. Poi sono arrivato a capire che anche queste fanno parte del gioco. Non avere la sicurezza della riuscita rende il gioco più interessante.

    #27767

    Luca
    Partecipante

    ciao, mi permetto di partecipare a questa bella discussione in qualità di “tifoso” di Alberto.
    Non ho fatto parte( ahimè ) della scuola Monteforato quindi in realtà non ho mai avuto un confronto diretto con te Alberto ( mi permetto di darti del “te” ) e ovviamente arrampico e scalo come un “cialtrone” ma mi diverto ugualmente. Ma di Alberto ho sentito parlare fin dalla prima volta che ho messo piede nel rifugio Rossi alla Pania in una giornata invernale, quando salì insieme a quello che per me è stato un insegnante di montagna e dopo aver mangiato lui ti salutò come se vi conosceste da anni.Poi mentre tornavamo verso casa mi raccontò di chi eri, di quello che eri ( e ancora sei in relatà, cioè accademico del Cai ) e delle vie che avevi aperto al Col della Lettera ( in maniera generale ovviamente )e sottolienando che sei bravo, ma bravo per davvero. Poi ho avuto modo d’incontrarti altre volte, una di questa andavi con gli sci verso il passo della Focolaccia con Sabrina in una bellissima e giornata di marzo e ultimamente al Procinto con gli allievi ed altri isctruttori della scuola ( io ero insieme a quel vecchietto che volevano salire la classica ad Ovest del Procinto, ma tu ci dicesti che era praticamente inghiottita dalla vegetazione!! )ed io pensavo..cavolo questo è il Benassi!!
    Ecco..”oh!quello è il Benassi”..o anche ” si ma oh! non son mia il Benassi io ” !!…” li? si, forse il Benassi ci passa” !….ecco, chissà quante volte ti fischieranno le orecchie, sopratutto in inverno, perchè davvero il tuo nome è strettamente legato all’alpinismo, inteso come te lo hai definito: avventura. E per noi, che ogni tanto proviamo l’ebrezza dell’avventura, averti vicino anche solo metaforicamente ( ovviamente ), ti posso assicurare che è un gran piacere.
    Quello che hai scritto è davvero una gran bella riflessione. “Il Benassi” !!!
    Luca

    #27768
    alberto
    alberto
    Partecipante

    Luca, ti ringrazio molto delle belle parole che hai scritto, fanno sempre piacere. Ma non mi sono mai sentito bravo. Quelli bravi, quelli che hanno talento, quelli che si allenano molto, sono altri. Piuttosto direi appassionato. Perchè di passione , questa si ce ne ho messa tanta. E la passione, piano piano, un passo alla volta…ti fa fare tanta strada.

    Avere dei riferimenti , essere grati a qualcuno è importante ma non create degli idoli, dei miti.

    Mi ricordo quella volta con gli sci . La Sabri a cercato di farmi imparare ma son duro!!
    Gli sci per me sono una tribolazione :(

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