L’assassinio della Fantasia

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    [b]L’assassinio della fantasia
    (50 anni di assassinio dell’impossibile)
    [/b]

    di Alessandro Gogna

    Se a distanza di cinquant’anni dall’esplosiva uscita de L’assassinio dell’impossibile ci si chiede se nel frattempo le imprese alpinistiche siano finite o abbiano mostrato segni di stanchezza creativa o, ancora, abbiano rivelato minor eroismo e minori capacità tecniche, la risposta è no, su tutta la linea. Anzi, si è verificato il contrario: moltiplicazione di realizzazioni, progettualità intensa, dal fantasioso-creativo al visionario, grandi eroismi e grandi performance. Sono stati raggiunti limiti che Messner, assieme ai suoi contemporanei, non sognava neppure

    Dunque è generalmente riconosciuto che l’impossibile è non solo sopravvissuto ma pure gode di ottima salute.

    Nel maggio 1968 di quello che succedeva nelle università non mi interessavo, a Genova poi ogni cosa giungeva ovattata, epurata di ogni carica dirompente. Anche il maggio francese non colpì molto l’ateneo ligure, così seppi qualcosa soltanto leggendo i giornali oppure parlando con gli amici di Milano e Torino. Compagni come Paolo Armando o Ettore Pagani, entrambi studenti di architettura, erano, al contrario di me, ben impegnati in quel movimento che sembrava allora travolgere tutto l’ordine costituito per dare spazio alla libertà.

    Una libertà collettiva in contrapposizione a un ordine collettivo… ma in quel momento mi sentivo troppo libero dentro per curarmi della libertà collettiva.

    In una mia conferenza, l’anno successivo, rispondendo a una precisa domanda, ricordo che rivolsi al pubblico l’esclamazione «noi il Sessantotto l’abbiamo fatto sulle montagne», provocando un mezzo delirio di applausi frenetici. La frase era un po’ a effetto, ma era indubbiamente vera e liberatoria: volevo solo dire di essere completamente estraneo alle lotte di piazza o di aula.

    Nel frattempo, L’assassinio dell’impossibile aveva messo il dito su una piaga che si stava scoprendo. Messner è riuscito a formulare un pensiero con grande chiarezza nel terreno assai fertile di migliaia di alpinisti che gradualmente si stavano accorgendo che c’era qualcosa che non andava.

    Molto dell’alpinismo di punta di allora si basava sui vecchi concetti di conquista che prediligevano appunto la vittoria senza badare ai mezzi utilizzati per conseguirla. Negli anni Sessanta l’espressione by fair means non si era dimenticata, semplicemente si era alzata, senza più alcun controllo, la soglia del significato di quel fair. Su questo aggettivo, che viaggia tra il significato di “leale” a quello di “giusto”, nelle decadi si era sempre più posto l’accento sul “giusto”, trascurando cioè la lealtà dei mezzi in una tenzone equa con la montagna e sottolineando invece con forza quanto i mezzi fossero “giustamente” tanti (ma mai sentiti “eccessivi”) quando la montagna la si affronta nei suoi aspetti più “tanti” (grandiosità, difficoltà).

    Al nocciolo, Messner ricordava che a quel ritmo ogni difficoltà sarebbe stata distrutta, uccisa, e non “vinta”. Un richiamo forte dunque alla lealtà, e dunque al rispetto di alcuni limiti. Limiti che siamo noi a dover individuare, paletti che sono alla fine i pilastri della nostra libertà di scelta. Fondamentalmente cinquant’anni fa Messner ci ha detto: “senza limiti è la fine del nostro gioco e se vogliamo essere liberi di giocare allora dobbiamo, con scelte responsabili, rispettare dei limiti”. Con queste affermazioni è andato ben oltre al Sessantotto!

    Messner, parlando di assassinio dell’impossibile, si riferiva soprattutto all’arrampicata artificiale, in particolare a quella che prevedeva l’utilizzo di chiodi a pressione e perforatore. Oggi l’artificiale ha preso una sua direzione estrema, molto “alpinistica”, che nulla ha a che fare con l’assassinio di cui stiamo parlando.

    All’artificiale si è sostituita l’arrampicata sportiva: la bella e divertente illusione di spingerci sempre di più al limite: un limite sportivo però, ben diverso dal limite di cui si parlava e si parla in alpinismo.

    Tramontato il Nuovo Mattino, la scissione fra alpinismo e arrampicata sportiva verificatasi negli anni dimostra la lontananza del collettivo dal modo di sentire alpinistico. Oggi più che mai l’alpinismo e il free climbing si trovano ad anni luce dalla realtà di tutti i giorni. Neppure i giornali parlano più delle imprese che i giovani continuano a produrre in varie parti del mondo. Solo su internet se ne ha traccia, salvo poi stupirsi per la quantità e qualità delle nomination al Piolet d’Or.

    L’arrampicata sportiva invece si è incanalata nelle vie più domestiche dell’attrezzatura a regola d’arte o della competizione, in generale in una deresponsabilizzazione del singolo che invade l’insegnamento, la proposta turistica e le delibere comunali. L’arrampicata sportiva e le spedizioni commerciali sono dominate dal collettivo, hanno perso quella fantasia che, anche se non è mai stata al potere come avrebbero voluto Daniel Cohn-Bendit e gli studenti di Parigi, era bene che comunque albergasse nelle nostre azioni.

    Ciò che individua un’opera d’arte come elemento-base è una grande carica trasgressiva, una forte carica di energia che soverchia quanto prima si pensava si potesse fare, oltre il quale non ci si azzardava. Quindi è un elemento di rottura, un’affermazione di libertà.

    Il Sessantotto invece si rivelò un grande e potenziale pericolo per l’individuo, colpendo al cuore proprio la sua responsabilità e agitandogli davanti piacevoli fantasmi edonistici di un’organizzazione che pensa per lui, lo coccola e lo illude (con la “montagna sicura”) di aver eliminato ogni pericolo mortale o di sofferenza. L’assassinio dell’impossibile si poneva contro e molti alpinisti lo hanno capito, anzi lo sospettavano già.

    In quel momento si è avuta la creazione, la scarica di energia, la carica trasgressiva che dicevo prima. Oggi tutti gli alpinisti sostengono che deve esserci un dislivello sensibile tra l’uomo e la montagna, montagna più alta e uomo più basso, affinché si possa permettere proprio la famosa scarica che dicevamo prima, il fulmine che deve scoccare, la scintilla; allora veramente esplode la grandezza di un’impresa alpinistica, ma anche di altri tipi di imprese. Ritengo che questo dislivello sia dato soprattutto dalla fantasia che l’individuo ha; forse sto privilegiando quello che è il rapporto personale, quello dell’individuo con la montagna, il suo rapporto di amore con la parete. Chiamiamolo pure rapporto romantico se volete, oggi minacciato più che mai.

    L’alimentazione evidentemente ha permesso tante nuove cose, l’allenamento specifico per le diverse discipline è diventato scientifico; le previsioni meteorologiche sono ormai quasi infallibili; il soccorso alpino è efficiente, almeno sulle Alpi; i materiali sono estremamente studiati e provati.

    Se era facile eliminare il chiodo cinquant’anni fa, portandone meno con sé, è molto più difficile oggi rinunciare alla tecnica sempre più invasiva. E ancora è più difficile rinunciare alla tecnologia, che è una moltiplicatrice di facilitazione e che favorisce la competizione, manifesta o meno.

    Penso che occorra avere il coraggio delle proprie intuizioni, poiché esse sono la cosa che manda avanti l’alpinismo; l’esibizione pura e semplice dei muscoli mi ha sempre lasciato abbastanza freddino. In più la competizione da sola fa perdere anche il senso personale dell’andare in montagna; basta pensare che finché c’è vittoria e pubblico on line c’è la motivazione per andare avanti, a volte anche quando ci si dovrebbe fermare.

    Quando non c’è più la vittoria, e questa può non esserci sempre, spesso la passione può diminuire e quindi ecco succedere quello che è il fenomeno odierno, la svalutazione della montagna.

    La montagna viene svalutata proprio perché c’è questo passaggio, la passione che diminuisce, che tende quasi a zero se è dominata soltanto dalla competizione. Non vedo altra fonte che l’amore, il rapporto individuale per avere creatività e avere fantasia; bisognerebbe forse scrivere, oggi, un articolo non più sull’assassinio dell’impossibile, ma sull’assassinio della fantasia, perché mi sembra che da molte parti questa venga presa a bastonate (dai regolamenti di gara, dai tablet e smartphone che con l’esibizione e lo show si sono sostituiti alla realtà, dall’onnipresente ossessione di sicurezza e dalla bestemmia del “no limits”.

    La produzione di alpinismo/opera d’arte avverrà in quel silenzio e in quella solitudine che, volendo, possono essere salvate anche in piena era satellitare. Se lo si vuole, si va oltre gli sponsor, si va oltre le esibizioni, oltre il collettivo.

    L’assassinio della fantasia è ancora più virale di quello dell’impossibile. E oggi siamo in piena pestilenza.

    Alessandro Gogna, 13 gennaio 2018

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