noi che veniamo dal calcare

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Questo argomento contiene 5 risposte, ha 3 partecipanti, ed è stato aggiornato da alberto alberto 6 mesi, 2 settimane fa.

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    gianfranco
    Partecipante

    La Sbarua fu il primo posto che vidi.
    Venivo da un altro pianeta e portavo con me un paio di scarpette che avevano il potere magico di creare pareti là dove prima non c’era che pietra. Dalle suole, appena le calzavo, scaturivano appigli e appoggi e di mano in mano che mi innalzavo la parete cresceva ai miei passi di danza, ed era bianca e liscia e perfetta come i sogni, i gabbiani e le onde del mare.
    Il cielo era sempre a portata di mano. Di notte, quando era ora di andare a dormire, bastava che me le togliessi e la parete svaniva nell’ombra. Mi ritrovavo nei prati a contare le stelle. Si faceva l’amore sulle rive del mare. Nel sangue scorrevano le onde, le conchiglie ed il bianco. Avevo il calcare nel cuore.

    Parcheggiammo la macchina sulla soglia di casa. Casa di altri, antica e cadente, quattro mura fatte di sassi e una porta di legno. Dentro, dai buchi dei muri, si vedevano le capre ammassate.
    “Qui non vive nessuno”, disse l’amico.
    Appena lo disse l’acqua della fontana smise di scorrere e il fumo si congelò nel camino. Fu allora che uscirono le salamandre.
    Si muovevano lentamente, così lentamente che a tutta prima mi parvero immobili.
    “E’ perché è appena piovuto”, disse l’amico.
    Infatti era appena piovuto. Dal sottobosco di felci esalavano vapori leggeri. Ma io ricordavo che la salamandra vive nel fuoco e di esso si nutre, ed è antica quanto la memoria dell’uomo e molto di più della scienza.
    “Qui il fuoco ha creato la pietra”, dissi e sentivo le conchiglie sbriciolarsi nel sangue. Forse le salamandre erano rimaste da allora.
    Quel giorno ne vedemmo migliaia sul sentiero. Ci guardavano passare. E’ sgradevole essere fissati da una salamandra perché è come se non vi vedesse. Non c’è moto di paura nei suoi occhi e la sua indifferenza sconcerta. Guarda oltre, fissa e lontana, e vi sembra che sappia, da sempre, che voi non siete che polvere. Almeno i gabbiani, sulle pareti del mare, ci gridavano contro e ci contendevano l’aria. Ma lei, non si capisce che vede. Dove sta, dove è stata tutto il resto del tempo, tutti i giorni in cui, in seguito, tornammo in Sbarua e mai che riuscissimo a trovarne una, una sola, sul sentiero o lungo il torrente? Ma, a volte, la pietra lassù ha le stesse macchie di giallo vivo sul dorso e se guardate bene vi pare che lentamente, molto lentamente, respiri.
    Il sentiero corre a mezza costa nel bosco di faggi. La città più vicina è cinquant’anni indietro nel tempo.
    Quando vivevo qui tutte le case erano abitate e avevano porte e finestre. Era abitata anche l’ultima baita lassù, che da qua non si vede, sotto il grande strapiombo ai confini del mondo, che un tempo le faceva da tetto. Allora la pietra si chiamava Rocca Bianca ed era infatti molto più chiara. Poi vennero quelli della città e le cambiarono il nome. E allora ebbe inizio la storia. Ma tutto ciò avvenne così tanto tempo fa che oramai se ne è perduto il ricordo. L’erba mi è cresciuta addosso e anche le ortiche. Quel giorno dal sentiero vidi un vecchio trascinarsi nel campo sulle stampelle di legno, dietro due vacche ed un cane. Mi venne in mente mio padre, di cui non serbo ricordo. Però non guardai. La miseria è sempre improbabile e fa volgere gli occhi.
    Mi ricorda il giorno in cui ho dimenticato il dialetto e per parlare dovevo tradurre da una lingua straniera. Ma era così faticoso che smisi di parlare del tutto, comperai le scarpette, quelle magiche, da uno zingaro alto e sottile, e me ne andai a raggiungere gli altri sulle rive del mare. Laggiù faceva sempre caldo e non c’era bisogno di una casa col fuoco per dormirci la sera. Per mangiare si chiedevano soldi ai turisti.
    La pietra inventata, il calcare bellissimo e ardito, la sognavamo di notte e di giorno, sempre più verticale, più liscia e più bianca. Non davamo ascolto a nessuno. Dei padri si era persa memoria. E così a poco a poco, cominciarono a formarsi leggende che ci dicevano figli dell’aria e del vento. Forse non eravamo nati da niente e per questo avremmo trovato ciò che cercavamo nel mondo.

    La Sbarua mi vide arrivare con le mie scarpette che conquistavano il mondo e mi venne incontro d’un balzo. Era autunno e c’erano i faggi d’argento.
    “Credono che siamo sempre gli stessi, Giusto o Guido o Gian Piero”, mi sussurrò all’orecchio l’amico, ridendo dei vecchi che ci guardano immobili insieme alle capre. Mi ricordai del giorno in cui Elena aveva salito lo spigolo sotto la Vena di Quarzo. Era il ’29 e il mondo andava in rovina.
    Di Ettore poi non seppi più nulla, ma per lungo tempo nessuno ripeté la prodezza e ora, siccome ho dimenticato di metterci uno spit, lo spigolo è abbandonato a se stesso.
    “Dove andiamo?”.
    “Qui”, dissi.
    La fessura della prima placca, se superata in arrampicata libera, è uno dei passaggi più difficili del gruppo. Così diceva la guida.
    Mi ricordai del giorno in cui eravamo saliti quassù per sfuggire la miseria della guerra appena finita. Bianciotto aveva in mente lo spigolo rosso. A me sembrava follia. Lo percorse d’un fiato, in scarponi, senza neppure fermarsi. Chiodi, naturalmente, nessuno.
    “Andiamo allo spigolo Bianciotto”, annunciai all’amico.
    Mi inorgoglivo di tanta virtù. Avevo due friend e un paio di nut, la tuta, il calcare negli occhi. Tutto qui il famoso sesto della Sbarua? E subito la roccia si offese. Sull’ultimo passo all’improvviso non mi offriva più appigli. Il granito non era roccia che io allora potessi capire.
    io credevo solo al calcare, pietra che seduce e lusinga. Pietra che illude ed inganna. Nulla nel calcare è mai come appare. Tutto sfugge, sottile, mutevole, incerto. E’ pietra di immagini, fantasia ed eleganza, specchio di ciò che abbiamo negli occhi.
    Per il resto è facile amarla. Sul calcare si può sempre tornare, percorrere itinerari diversi, ripetere i gesti. Il granito è tutt’altro, roccia oggettiva, sicura, che nulla concede. Si deve prenderla intera e vuole coraggio, decisione, fermezza. Il calcare nulla dice di sé, lascia mille aperture. Il granito fa male alle braccia, consuma la pelle, chiede rigore. Il calcare ha mille volte, ogni volta diversi, ogni volta un poco più sottile e più vago. Noi, che siamo nati al calcare, alla sua indifferente vaghezza, sul granito ci sentiamo assaliti e crediamo che debba spezzarci le ossa.
    Il granito è pietra dei padri. L’hanno creato i giganti, tagliandolo netto e facendo sprizzare scintille. Ogni appiglio è dato per certo e da sotto si legge tutta la via. Il calcare è pietra dei figli. Ha un riso sommerso. L’hanno intessuto gli gnomi con mille finezze. Pietra dell’aria, ci pare sia fatto di sogni. Il granito appartiene alla storia ed è pietra di fuoco e di terra.
    Il credevo che la pietra non fosse che sogno, invece in Sbarua la pietra ha occhi e memoria. Caddi nel vuoto, dentro oro brunito dei faggi. Lo spigolo rideva di me.
    La Sbarua è fatta così. Non ama la gente boriosa. Ha conosciuto altre passioni e ben altre cordate, e sa fare confronti. Non si lascia inventare. Ama la gente, nota ed ignota, che viene dai paesi vicini a ripercorrere senza rancore le vie che hanno segnato la sua giovinezza. Forse hanno fatto la storia, ma nessuno è diventato famoso, alvo che per aver superato in un momento di grazia uno spigolo o un diedro o una placca. I lori nomi si sono persi nel vento. Ma credo che a loro, di questo, non importi più nulla. Oggi ci vengono con moglie e figlioli, magari solo a raccogliere i funghi. Alcuni, la ragazza, li aspetta per andare a ballare la sera. Altri se la tirano dietro sulla pietra che consuma le dite e lei grida che non riesce a salire.

    Siamo arrivati al rifugio, dopo una bella passeggiata, questa mattina verso le nove. Subito siamo partiti per affrontare la via Gervasutti-Ronco alla Rocca Sbarua. Il tempo era bello e la temperatura favorevole. Da molto tempo desideravo compiere quella salita e sono contenta perché non ho avuto problemi neppure sull’ultimo tiro che mi avevano descritto come molto difficile.
    E’ stata proprio una splendida giornata. Purtroppo è giunta l’ora di poter tornare presto quassù, in questo luogo selvaggio dove ho vissuto momenti così felici (dal libro del rifugio).
    “Provo una grande commiserazione per i piccoli uomini che penano nel recinto sociale che sono riusciti a costruirsi contro il libero cielo e che non sanno e non sentono quello che io sono e sento in questo momento. Ieri ero come loro, tra qualche giorno ritornerò come loro. Ma oggi, oggi sono un prigioniero che ha ritrovato la sua libertà. Domani sarò un gran signore che comanderà alla vita e alla morte, alle stelle e agli elementi”. Giusto Gervasutti.
    Guardo Giusto salire nel diedro: Dulfer perfetta. Dieci metri di roccia assoluta, tagliata di netto.
    “Non fermarti – mi dice – Sali subito, con decisione”.
    Roccia aggressiva, diritta e severa. Roccia d’attacco. Senza spigoli dolci, senza incertezze.
    “Perché non a incastro?”.
    “Incastro? Sarebbe?”.
    Sale senza fermarsi ed è subito fuori. Io seguo, più lento.
    Mano, piede. Mano, piede. Pugno. Riposo. La roccia preme contro il dorso delle mani e ferisce le nocche. Non sono abituato a tanta rudezza. Dal taglio della fessura il granito respira lentamente. Lui guarda giù e dà strappi alla corda. Sulla placca lì accanto un’altra fessura corre diritta e sottile: neppure due dita. Gusto la osserva dall’alto.
    “Impossibile”, dice. E ricomincia a tirare la corda.
    A me pare di veder brillare uno spit. O forse, è un grano di quarzo.
    In Sbarua quel diedro è diventato famoso. Quarto più, dice la guida. Facile, ridono i figli del calcare. Invece è temibile ancora. Ci vuole lo stesso vigore di allora, la stessa grinta irruenta, la stessa passione di affrontare la roccia.
    Il granito non è pietra che invecchi. Invecchia la nostra memoria. Sulla placca lì accanto gli spit brillano come avessero il sole di dentro. Questa è la storia del mondo. Li ho piantati un giorno in cui ero ubriaco e ora non si tolgono più. Spit, spit, spit, dicono i moschettoni. Spit, spit, spit, ripetono le scarpette. Spit, spit, spit. Il vento passa tra i faggi.
    “Osa, osa sempre e sarai simile a un Dio” (G. G.). Voyage Selon Les Classiques. Padre mio, non mi riconosci?
    Ho piantato gli spit perché ero simile a te, a te che arrampicavi con passione e furore, cavaliere ed amante. Forse anche con lontano rancore.
    “Non bestemmiare – dice accanto a me Gian Pietro, mio fratello maggiore. – Anch’io ho rischiato molto da vicino di diventare un fallito”.
    Gian Piero è sempre così duro con me. Pure da lui ho imparato moltissimo. Padre, perché mi hanno tradito gli spit?
    “Se mi fosse dato di vivere senza la possibilità di sognare e di lottare per un sogno, bello quanto inutile, sarei un uomo finito” (G. G.).
    Io non ho strade, né montagne, Né mani. La storia mi sfugge di mano. Sulle rive del mare non c’erano altro che i gabbiani e le onde. Le conchiglie sono tutte in frantumi. Dove volevi che andassi, se tu stesso mi hai portato ad arrampicare con te? Per questo ho piantato gli spit. Anche se sono ancora ubriaco.
    “Comanderò alla vita e alla morte”.

    Ora sta sulla pietra Ignazio il ben nato.
    Ormai è finito. Che c’è?
    Contemplate la sua figura:
    la morte l’ha coperto di pallidi zolfi e gli ha messo una testa di scuro minotauro.
    Ormai è finito.
    La pioggia entra nella sua bocca.
    Il vento come pazzo il suo petto ha scavato…

    Così ha detto il poeta. Noi siamo venuti dopo, lavoriamo in équipe, ripetitori ed epigoni, seguaci, figli dei figli, nipoti dei nipoti, mille di una progenie senza casa che vive sulle rive del mare. I nostri nomi si disperdono al vento. Sugli spit possono cadere e la morte non mi fa più paura.
    Guarda la placca, come è bella” Ha l’argento dei tronchi dei faggi quando scende la sera e il sole illumina il bosco di luce radente. Ha la ruggine antica delle felci quando viene l’autunno.
    Il giallo del dorso della salamandra, l’ocra della terra scaldata dal sole, la bianca trasparenza del quarzo.
    “Quello che non sono riuscito a capire è come si svolga l’esistenza tanti altri uomini che non sanno staccarsi da terra” (G. G.)
    E’ semplice, padre. Non hanno alternative né scelte. Per questo abbiamo piantato gli spit.
    Esaltato, nevrotico, indifferenze quando non assente; ostinato e caparbio nell’inseguire una meta sbagliata eppure cosciente dell’errore, mio fratello mi rimproverava sempre.
    Eppure da lui ho imparato a ripercorrere tutta la storia.
    “Non vi è modo migliore di onorare un compagno caduto che quello di intitolare alla sua memoria una nuova via. Cosa vi è di più grande, per il ricordo di un uomo, che una traccia ideale ed eterna sul sasso che da millenni esiste e per millenni, dopo l’ultimo uomo, ricorderà chi nell’audacia fu superiore all’uomo?” (G. G.)
    No.
    Saranno altre vie, perché noi non abbiamo vissuto tempeste né grandi passioni. La casa è ormai abbandonata. Noi siamo nati al calcare e abbiamo vissuto una giovinezza di sogni inseguendo la voce del vento.
    Aprimmo lo Scudo di Enea, Gordon Flash, il Belvedere, Paperetta Show.
    Quel giorno la Sbarua divenne all’improvviso più grande. Piantammo milioni di spit su tutte le placche. E dalle scogliere immaginarie i figli del calcare invasero il rifugio e cacciarono le famiglie che mangiavano polenta sui tavoli sotto le betulle. Fu un giorno straordinario. In poche ore tutte le vecchie vie vennero richiodate, liberate e variate.
    Se ne aprirono mille di nuove. Sullo spiazzo accanto al rifugio piantarono le tende i migliori arrampicatori del mondo e con i fotografi vennero anche quelli della televisione. Ci ricoprimmo di gloria. Io lo so perché ero là, con le scarpette che conquistavano il mondo. Per questo ve l’ho raccontato.
    Ora in Sbarua non va più nessuno.
    L’acqua ha ripreso a scorrere nella fontana del paese e le salamandre escono solo quando piove. Sullo spigolo sopra il grande tetto della parete delle Placche Gialle, che mio fratello Guido aprì con i primi chiodi a espansione che mai furono visti, abita il picchio muraiolo. Dal chiodo a cui sono appeso per l’eternità lo vedo arrampicare lieve e leggere sulla placca, beccando qua e là nelle minuscole pieghe della pietra. Di me non ha nessuna paura. Poi, all’improvviso, apre le ali ed è un bagliore di fuoco spruzzato di bianco, un battito come di grande farfalla che si spalanca nel grigio e illumina tutta la vita. E la sua voce di flauto passa sui valloni invasi dalla nebbia, sale per pietraie e canali, per creste e dirupi e ghiacciai e chiama per pareti interminabili, da quell’unico spigolo che nessuno di noi è mai riuscito a salire.

    da La Rivista della Montagna n.79

    #27791

    Lorenzo
    Partecipante

    Bellissimo….

    #27794
    alberto
    alberto
    Partecipante

    e beh…quando si sa scrivere ! veramente bello.

    Anche noi veniamo dal calcare.
    Il calcare con la sua arrampicata più leggera, di fantasia .
    Il granito invece più rude con le sue dolorose ed atletiche fessure.
    Ma non sempre perchè sulle granitiche e lisce placche melliche bisogna agire di equilibrio, andare leggeri senza indugi.

    #27795
    alberto
    alberto
    Partecipante

    Allora la pietra si chiamava Rocca Bianca ed era infatti molto più chiara. Poi vennero quelli della città e le cambiarono il nome.

    ROCCA SBARUA….tradotto: roccia che spaventa

    #27796

    Lorenzo
    Partecipante

    Tra l’altro ci tornerei molto volentieri…..

    #27797
    alberto
    alberto
    Partecipante

    Giusto Gervasutti, friulano, arrivando a Torino forte dell’esperienza fatta sul calcare delle Giulie e delle Dolomiti, portò all’occidente piemontese un pò addormentato, un salto di qualità alzando le difficoltà e allargando gli ORIZZONTI.

    Gervasutti non si fermò alla Sbarua. Alpi Centrali, Monte Bianco, Delfinato un capolavoro dopo l’altro.

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