Solitaria alla via dei Carrarini, parete sud ovest monte Contrario

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  • #52344
    alebiffi86
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    Buonasera a tutti, il giorno 2 giugno 2021 ho salito in solitaria autoassicurato la via dei Carrarini alla sud ovest del Contrario, con bivacco zona alberghi la notte precedente; dovrebbe essere la prima ripetizione in solitaria della via, attendo conferme; qui di seguito il racconto della salita.. è lungo, polemico e figlio del periodo storico infernale che stiamo vivendo, quindi..fate vobis; appena trovo la voglia e se mi ricordo come si fa metto due foto.. buona lettura

     

    Solitaria in autoassicurazione alla via dei Carrarini, parete sud ovest del Monte Contrario, 2 Giugno 2021

    Questa storia (come altre mie salite) inizia alcuni mesi prima della scalata vera e propria, in un imprecisato giorno di ottobre dell’anno duemilaventi quando improvvisai un maldestro tentativo organizzato all’ultimo minuto

    Il primo tentativo:

    Rientro dal lavoro alla solita ora, verso le tredici circa, mangio e mi corico un po’ preda del tipico avvilimento che mi ha accompagnato per questi lunghi mesi; gli eventi mondiali che ci hanno travolti con l’inizio dell’anno nuovo mi hanno lasciato il segno addosso , sono pieno di rabbia,stupore e sete di giustizia; ancora non riesco a credere che le persone si siano fatte togliere tutto, che abbiano rinunciato a diritti fondamentali in nome di una presunta sicurezza; i giovani, loro sono stati la vera delusione..così arrendevoli,accondiscendenti,senza passione, privi di quel fuoco che dovrebbe ardergli dentro, li hanno chiusi in gabbia e non hanno opposto nessuna resistenza proprio come farebbe il burro con una lama arroventata.

    La mia vita è stata rivoltata come un calzino, ho perso il conforto di quelle poche cose che mi rendevano l’esistenza gradevole, sopportabile, forse non potrò più nemmeno fare il mio lavoro; sono rimasti gli amici, quelli di sempre e di certo non è poca cosa, anzi mai come adesso ho imparato il valore dei rapporti umani più sinceri ma non mi basta a riempire il vuoto di un mondo che non esiste più; continuo ad arrovellarmi il cervello con questi pensieri, soffro all’idea che presto ci priveranno di nuovo di quella libertà di movimento che dovrebbe essere inviolabile e senza la quale non posso raggiungere le mie amate montagne.

    All’improvviso ho un impeto d’irragionevolezza e decido di tentare una salita che da un po’ di tempo mi frulla per la testa: si tratta della via dei Carrarini alla parete sud ovest del monte Contrario, un vecchio e dimenticato itinerario del 1975; mi è sempre piaciuta quella parete, ne ho sempre amato il carattere selvaggio e solitario, poco votata all’alpinismo moderno in voga di questi tempi ma anzi luogo repulsivo dove anche soltanto gli avvicinamenti sono lunghi e pericolosi, la chiodatura insicura e vetusta, la roccia spesso traditrice.

    Nelle condizioni fisiche e mentali di quei giorni andare lassù è molto più di un’imprudenza ed infatti il pensiero di sottofondo con il quale mi accingo a preparare lo zaino è un pensiero di morte, tutto sommato non m’importa molto come andrà a finire; così in fretta e furia carico il saccone all’inverosimile con il materiale per bivaccare e quello per scalare in autoassicurazione poi salgo in macchina e mi dirigo verso il paese di Forno.

    Lasciata l’auto risalgo la ripida lizza alla luce della frontale, ormai è quasi ora di cena; al casone degli Alberghi non mi fermo, decido di proseguire ancora e raggiungo una piazzola poco lontana dalla fonte, luogo reso polveroso dalla sottile marmettola; stendo materassino e sacco a pelo, mangio pane e formaggio poi mi corico; la scelta di non portare il fornello a gas si rivela poco azzeccata, avrei gustato volentieri qualcosa di caldo sia a cena sia per la colazione dell’indomani, i cibi freddi non fanno bene al cuore; la notte trascorre agitata ed insonne come prevedibile ed allietata soltanto da una stupenda,gigantesca stella cadente.. c’è stata molta attività insolita nei cieli in questi tempi.

    Il suono della sveglia non mi coglie impreparato, di fatto non ho chiuso occhio ed uscire dal sacco a pelo è come terminare un’agonia, quattro biscotti e un sorso d’acqua poi sanciranno la fine del bivacco. Così, sempre alla luce della frontale inizio a risalire il lunghissimo zoccolo basale del Contrario, tipico terreno apuano fatto di roccia precaria ed erba verticale, luogo esposto e pericoloso almeno quanto la via; mentre guadagno quota mi rendo conto di aver sbagliato, sono troppo vicino alla via dei fratelli Ceragioli dentro ad una sorta d’invaso subito a sinistra della costola che invece avrei dovuto seguire e questo errore mi costerà un notevole dispendio d’energia; in un modo o nell’altro riesco a correggere la traiettoria affrontando slegato e sotto il peso del saccone passaggi fino al quarto grado, raggiungendo finalmente il paletto d’acciaio conficcato nella roccia che segna l’inizio della via.

    Non ho mai capito cosa ci facesse lì quel pezzo di ferro (probabilmente si trattava di un incredibile tentativo di qualche cavatore per “saggiare” la roccia) ma la sua presenza si rivela assai utile: un machard bello tirato intorno ad esso, aggiungo un buon chiodo e la sosta basale è pronta; pochi minuti dopo l’assetto per l’autoassicurazione è completato, non rimane che collegare il gri – gri e partire ma non sono affatto tranquillo, è da molto tempo che non arrampico utilizzando questo stile e ho perso confidenza con la strana sensazione che non ci sia un compagno a filarti la corda.

    Il giallo si rivela subito un cliente esigente (cit.) e un passo di quinto superiore parecchio esposto mi da il benvenuto sulla via dei Carrarini; faticando arrivo ad un chiodo malsicuro, lo ribatto con il martello poi mi alzo ancora qualche metro sino ad una fessurina che accoglie un nut decisamente buono e mi consente di respirare. Continuo a salire con grande lentezza, la roccia è sicura ma protezioni non ve ne sono quasi mai e sento la necessità di infiggere qualche chiodo o posizionare un friend sino a che improvvisamente non raggiungo un comodo pulpito che interrompe la progressione; davanti a me si alza una ripidissima placca, quasi strapiombante mentre a destra la parete pare coricarsi leggermente ed infatti si può scorgere persino un chiodo, eppure non sono convinto sia la strada giusta; vorrei non essermi accontentato delle quattro righe di descrizione della guida Nerli e aver fatto lo sforzo di cercare una relazione più dettagliata ma tant’è che adesso non ho la più pallide idea di dove andare.

    In realtà basterebbe fare un attimo mente locale, seguire i vecchi adagi ( “cerca il facile nel difficile” ) e la logica alpinistica di una via del 1975 salita probabilmente in scarponi ma sono stanco, ho perso lucidità e inspiegabilmente anziché piegare a destra provo a forzare la strada più diretta; pianto un chiodo non troppo buono, tento di salire in libera ma rinuncio subito e attacco la staffa al rinvio dopodichè guadagno lo scalino più alto ed inizio disperatamente a cercare di mettere un’altra protezione ; non trovo nulla e non me la sento di forzare la mano senza il conforto di un chiodo, nel mentre il tempo passa inesorabile, le giornate si sono accorciate ed anche in caso di ritirata mi mancherebbero molte ore per rientrare alla macchina; c’è anche un altro fatto poi che mi spinge verso la rinuncia: i pensieri cupi con i quali ero partito sono cambiati. Questi pochi metri di roccia sono bastati per comprendere che in fondo la mia morte non è una questione privata e non ho il diritto di rovinare la vita di mio fratello, dei miei genitori o dei miei amici sfracellandomi quassù, è tempo di tornare a casa.

    Inutile dire che dalla posizione attuale la ritirata non è cosa semplice, c’è da attrezzare una sosta affidabile, calarsi e trovare il modo di raggiungere la cresta sud del Contrario (perché di rientrare dallo zoccolo che ho salito stamane non se ne parla proprio); decido di approfittare del più solido dei due chiodi trovati sul pulpito, ne aggiungo altri due che non mi soddisfano appieno, poi collego il tutto con un cordone in posizione fissa, nel complesso l’ancoraggio è accettabile. Inizio la calata sino al piro d’acciaio, rimuovendo le protezioni messe e lanciando ogni tanto un’occhiata di preoccupazione alla sosta ma tutto fila liscio e raggiungo il paletto con un certo sollievo; un’altra discesa (stavolta in doppia) con la corda a cavallo del provvidenziale pezzo di ferro e mi ritrovo finalmente alla base della parete.

    Dal punto in cui mi deposita la calata inizio adesso un traverso a destra (viso a monte) che mi consente di raggiungere un verticale canale erboso di una cinquantina di metri; detto canale mi condurrà in breve sulla parte terminale della cresta sud che seguirò sino a raggiungere la vetta, luogo che di fatto segnerà la fine dei maggiori pericoli di quella intensa giornata; il rientro alla macchina sarà lungo e penoso, se non altro perché al peso dello zaino si aggiungerà anche quello del fallimento ma dentro di me so già che la partita non è ancora finita.

     

     

    Il secondo tentativo:

    Sono passati parecchi mesi, un inverno intero e quasi una primavera nel mezzo e adesso mi accingo a conludere l’opera che ho iniziato; nel frattempo ho avuto una grossa ripresa e l’umore è migliorato molto nonostante la situazione mondiale invece sia peggiorata (soprattutto dal punto di vista democratico); riprendere una costante attività motoria mi è stato di grande aiuto e mi ha portato alle soglie del secondo tentativo in una buona condizione psicofisica e se la volta scorsa sono andato per la morte questa volta andrò per la vita; nel frattempo non mi sono fatto mancare nulla: bicicletta,corsa, ginnastica in casa, falesia, ripasso delle tecniche di autoassicurazione e studio dettagliato della via; per quest’ultimo punto si è rivelato di fondamentale aiuto il buon Guido Barbieri che ha tirato fuori dal cilindro una relazione concisa ma sicuramente più dettagliata di quella presente sulla Nerli.

    Tengo moltissimo a questa piccola impresa, è stata il “ninnolo “ con il quale mi sono cullato durante questo periodo infernale ; la voglio usare per dare un segnale, come ho sempre cercato di fare in questi anni dove mi sono imposto di mettere dei contenuti nella mia seppur modesta attività alpinistica. Una salita anacronistica, fuori dai soliti itinerari confezionati e con uno stile di salita poco praticato (almeno dalle nostre parti), per giocare ancora una volta in contropiede rispetto ad una società malata e folle; così, in un periodo durante il quale tutti hanno deciso che si debba sacrificare ogni significato più alto e nobile per difendere la nuda vita biologica io faccio esattamente l’opposto: metto a rischio la nuda vita per onorare quei significati e quei valori che distinguono l’essere umano da una lucertola.

    Ormai sono pronto per andare ma il meteo avverso di questa instabile primavera mi costringe a rinviare il tentativo ogni volta che si avvicina il fine settimana; finalmente in prossimita della festa della repubblica pare che le condizioni siano favorevoli. Martedi primo giugno,rientrato dal lavoro all’ora di pranzo inizio a preparare lo zaino e come sempre in queste occasioni sono tormentato da paura ed incertezza; questa volta almeno mi sono organizzato per rendere il bivacco più confortevole: fornello a gas, risotto liofilizzato, del buon the e biscotti alla nutella faranno parte delle vettovaglie, risparmierò anzi il peso su altre cose come ad esempio l’acqua, visto che nei pressi del luogo prescelto per dormire vi è una fonte che sicuramente sarà fornita (ha piovuto spesso nell’ultimo mese); d’altronde ho deciso di sposare la regola di Messner il quale ha sempre affermato che al campo tutto dev’essere il più confortevole possibile (ovviamente fatte le dovute proporzioni con il campo base di un ottomila).

    Carico tutto in macchina e mi avvio, Guido e mio fratello Luca sono informati su quello che mi accingo a fare e rimaniamo d’accordo che si metteranno in allarme se non ci saremo sentiti entro il giorno successivo alle sei di sera circa; prima di inoltrarmi lungo l’Aurelia decido di passare a salutare Federica, quella bella e brava ragazza che è da poco entrata nella mia vita. Quando mi congedo da casa sua mi dice :” fai attenzione e vedrai che andrà bene, sono sicura che ce la farai”, resto piacevolmente stupito da queste parole, mi sarei aspettato un atteggiamento ansioso o la preghiera di non andare ed invece è stata così gentile ed altruista da non gravarmi di questo peso, è una ragazza molto forte e l’indomani le sarò grato per questo; nel passato, in più di un’occasione l’aver avuto qualcuno che mi aspettava a casa è stato fonte di preoccupazioni e ripensamenti, talvolta addirittura di sensi di colpa, come se in qualche modo fosse sbagliato cacciarsi in certe situazioni se sei nel cuore di una persona; ma stavolta è diverso, sento di avere un supporto, qualcuno che non mi giudica.

    Adesso è giunta veramente l’ora di andare, questa volta voglio organizzare il bivacco con calma e gustarmi la serata da solo così riprendo il tragitto in auto verso il paese di Forno; in circa un’ora sono al punto in cui occorre lasciare la macchina per intraprendere la via di cava, carico il pesante zaino in spalla, allungo i bastoncini telescopici (ennesimo confort che mi sono concesso per il secondo round) e mi avvio; sono felice di raggiungere la valle nel tardo pomeriggio, la luce a quest’ora è meravigliosa e un vento fresco mitiga il caldo di Giugno. La lizza degli Alberghi si rivela sempre una bella prova fisica, specialmente con un carico importante da trasportare ma non ho nessuna fretta, procedo lentamente senza far salire troppo i battiti; circa a metà strada incontro due signori di Pistoia che hanno salito la ferrata del Contrario, mi fermo volentieri a fare due chiacchiere ma per il resto spero di non trovare nessuno lassù, sono venuto a cercare un’esperienza solitaria e vorrei che lo fosse in tutto e per tutto.

    Passato l’ultimo tornante della lizza ecco apparire la casa degli Alberghi sovrastata dalla mole giallastra del Contrario; è sempre uno spettacolo che riempie il cuore, soprattutto perché per quasi un’ora nella bassa valle non si vede alcunchè. Superato il vecchio edificio in breve raggiungo il punto dove bivaccai la scorsa volta, vicino alla fonte ma decido di non fermarmi qui, proseguirò ancora un poco sino ad uno sparuto gruppo di faggi, non prima però di aver riempito le bottiglie alla preziosa sorgente; arrivato al luogo prescelto mi rendo conto che c’è tutto ciò che mi occorre: sotto agli alberi trovo legna per il fuoco, un roccione fatto a tetto ove accenderlo (senza rischi) ed infine un altro piccolo rudere in cemento il cui tetto piano sarà il mio giaciglio. Sono ormai le sette e mezza di sera, in breve predispongo tutto ed inizio a prepararmi un risotto ai funghi con il fornello, ci vorrà come sempre un’infinità di tempo, quella maledetta brodaglia non ne vuole mai sapere di rapprendere e si finisce per avere o un riso scotto o un riso crudo mezzo annacquato; mangio senza particolare gusto, dopodichè accendo il fuoco sotto al roccione e cerco di rilassarmi con il suo tepore, il giorno sta cedendo il passo alla notte ed è quasi buio.

    Come sempre l’entusiasmo iniziale per il tete-a-tete con me stesso viene smorzato dal sopraggiungere delle tenebre che tipicamente mi portano una certa inquietudine quando sono solo sulla montagna; la notte trascorre agitata, pochi minuti di sonno si alternano a lunghe veglie dove non riesco a trovare una posizione comoda; ho la sensazione di essere venuto qui per nulla ancora una volta, tutta questa fatica, la preparazione e poi al pensiero di ritrovarmi appeso su quel giallo calcare avvilisco e sento che un’altra rinuncia è possibile se non probabile.

    Ancora una volta al suono della sveglia son già desto ma temporeggio un poco nel sacco, la temperatura dell’aria è pungente, indosso un cappello di lana e metto l’acqua a scaldare per il the; finalmente si parte, l’attesa è stata snervante e non vedo l’ora di sapere quale piega prenderà la giornata. Prima di attaccare lo zoccolo basale cerco di scegliere attentamente il percorso migliore da seguire, ho bisogno di tutte le energie disponibili e non voglio sprecarne inutilmente; stavolta reperisco subito la costola di destra anziché finire a vagare nell’invaso che conduce alla Ceragioli e mi accorgo che questa via è decisamente più agevole e veloce dell’avvicinamento che seguii in passato. Guadagno quota in fretta senza mai correre rischi o stancarmi eccessivamente e questo mi mette di buon umore, la prima scelta tattica della giornata si è rivelata giusta.

    Adesso sento di avere qualche possibilità in più, il solo fatto di arrivare all’attacco ancora nel pieno delle forze mi da speranza e le belle parole di Federica risuonano nella mia mente; ancora un piccolo sforzo ed eccomi nuovamente ad imbastire la sosta utilizzando il vecchio piro di ferro al quale aggiungo un buon chiodo a lama; il primo passo esposto di quinto superiore è ostico esattamente come l’altra volta ma almeno so dove piazzare le protezioni e un piccolo nut allevia la tensione.

    Raggiungo in breve l’ancoraggio dal quale mi calai ad ottobre ma adesso mi è chiaro che occorre traversare alcuni metri a destra e in effetti appena il tempo di spostarsi che subito si trova un chiodo; il bel diedro giallo che devo percorrere improvvisamente è interrotto da una placca che va vinta a sinistra, questo è uno dei due passi chiave della via; la relazione originale parla di A1 ed ecco per l’appunto comparire un altro chiodino sul quale potrei staffare ma sotto i miei piedi ci sono diversi metri senza protezioni e un volo qui è l’ultima cosa che voglio; pianto un altro pezzo di ferro poco sotto a quello che ho trovato ma non mi convince del tutto così aggiungo un dado, anch’esso non eccelso. Non posso perdere troppo tempo, due ancoraggi mediamente buoni sono un compromesso che devo accettare, così attacco la staffa nel vecchio chiodo arrugginito e forte del materiale sottostante carico il peso; regge ma non voglio approfittare, allora con un balzo raggiungo il bordo superiore della placca e mi ribalto sopra di essa venendomi a trovare su di un pulpito.

    Alcuni metri più facili e meglio proteggibili mi conducono al secondo tratto chiave della via vinto il quale dovrei essermi lasciato alle spalle le maggiori difficoltà; il diedro si presenta adesso come un libro aperto dalle pareti levigate e prive di appigli e ancora una volta poco sopra la mia testa scorgo un chiodo; riesco a raggiungerlo con difficoltà ma ovviamente non è per nulla solido allora lo ribatto e vi attacco la staffa. Si ripresenta la solita situazione vissuta pochi minuti fa: se quel pezzo di ferro dovesse saltare ne conseguirebbe un volo con probabile infortunio e in un posto del genere non me lo posso davvero permettere, infiggo così un altro chiodo subito sotto, a sua volta accoppiato con un buon dado e finalmente mi sento pronto per caricare il peso sulla staffa; mi isso sul terzultimo gradino raggiungendo con le mani il bordo di uscita del diedro ma è assai liscio e ribaltarcisi sopra non è cosa facile. Dopo lunga battaglia riesco però a posizionare un friend medio nella fessura di sinistra, proprio quello che mi occorre per forzare l’ultimo passo impegnativo; sono fuori, adesso pare che il terreno si faccia decisamente più facile ma proprio quando sto per attaccare il caminetto di quarto che conduce al grande terrazzo mi sento tirare per l’imbracatura.. non voglio crederci, la corda di servizio (il capo che scorre libero) si è impigliata.

    Ho un attimo di oblio, l’idea d’incappare in un problema così banale e grave allo stesso tempo proprio quando pareva finita mi lascia attonito; pensare che mancheranno si e no dieci metri al punto in cui dovrei attrezzare la sosta.. pazzesco. Cerco di riguadagnare lucidità, inizio a tirare la corda per poi lasciarla andare di colpo sfruttando l’effeto elastico, una volta,due,dieci..alla fine per miracolo si sblocca; il calo di adrenalina mi provoca un momento di commozione, sono davvero euforico, i greci dicevano che la vera felicità sta nello scampato pericolo e Dio solo sa quanto è vero; ancora poche bracciate e sono sul grande terrazzo oltre gli strapiombi ben visibili dal basso, un traverso a sinistra infine mi consente di guadagnare lo spigolo di quarto, poco sotto il colletto di raccordo con la via dei Genovesi.

    Alla fine, grazie alla corda da falesia che ho utilizzato per l’autosicura, i tre tiri chiave li ho risolti in un solo lungo tratto di quasi ottanta metri (V+ e A1 oppure VI-), adesso non rimane che attrezzare la sosta con pazienza e tanta prudenza; incastro un dado grosso, lo accoppio ad un chiodo, ne aggiungo un altro poi ancora un friend e alla fine collego il tutto con un cordone fisso, voglio calarmi senza paura con totale fiducia nell’ancoraggio che ho realizzato; inizio a scendere e ripasso tutte le protezioni visti i numerosi cambi di direzione che la via compie; arrivo al piro di ferro, aggancio Jumar e kroll alla corda e dopo aver dato un ultimo sguardo di gratitudine a quell’arnese arrugginito (che solo l’ardire e la fantasia dei vecchi cavatori può aver portato lassù) mi lascio andare nel vuoto di quegli strapiombi, appeso alla fune.

    Raggiunta la sosta sul terrazzo però mi rendo conto che la partita non è finita: il tratto finale di cresta è comunque un quarto grado della roccia più sfasciata che io abbia mai visto, non me la sento di farlo slegato così opto per salire un ulteriore tiro protetto; alla fine occorrerà di nuovo tutta la lunghezza della corda per raggiungere la vetta, nei pressi della quale trovo un roccione che fungerà da ancoraggio finale; un’altra discesa poi ancora una risalita ed infine, una volta per tutte ,la cima.

    Prima di concedermi la meritata pausa chiamo subito mio fratello, si è fatto tardi, sono le quattro circa del pomeriggio e mancano solo due ore al limite massimo fissato per sentirci telefonicamente; Luca nel mentre è sul monte Nona con la fidanzata e con Federica, si congratula con me poi me la passa, io la saluto e la ringrazio per il sostegno morale che mi ha fornito poi la linea s’interrompe ma oramai tutti sanno che il peggio è passato; con la stanchezza nelle gambe e la gioia nel cuore inizio il rientro ma non considero affatto finita l’impresa: sono esausto e so benissimo che con la discesa che mi aspetta questa scalata si conclude alla macchina, anzi forse nel letto di casa; cresta est, poi il Cerignano, l’infinito rientro agli alberghi da case carpano e ancora su oltre la fonte a recuperare il materiale da bivacco lasciato al mattino..quando finalmente metto piede sulla lizza ho davvero dato tutto, mi sento quasi male.

    Il suono della portiera della macchina che si apre è la fine di un calvario ma anche il realizzarsi di un piccolo sogno, quel giocattolino con il quale mi sono baloccato per tutto questo tempo e che ogni tanto mi ha fatto dimenticare che il mondo nel frattempo è andato a puttane; quando attraverso il paese di Forno e vedo scorrere davanti a me la vecchia filanda mi sento cambiato, è come se adesso facessi parte anch’io in qualche modo di quel posto, della sua storia, della sua magia; davanti alla casa socialista scorgo una pizzeria che non avevo mai visto, sono le nove di sera circa e mangerei un divano..santo Dio cosa darei per sedermi li davanti ad una birra ghiacciata e una pizza fumante, sarebbe la conclusione perfetta, proprio nel paesino dal quale si vede bene la montagna che ho scalato; rientro bruscamente alla realtà: non si può mangiare dentro, ho troppo freddo per stare fuori (mi succede sempre così dopo uno sforzo molto intenso) e poi c’è il coprifuoco, dovrei mangiare con l’imbuto; l’immagine che si costruisce nella mia mente è Kafkiana..non posso fermarmi a mangiare davanti alla casa socialista di un paesino di cavatori anarchici perché c’è il coprifuoco..santo cielo, il coprifuoco.. me ne parlava sempre mia nonna, solo che allora c’era il fascismo.

     

     

     

     

    Alessandro Biffignandi

     

     

     

     

     

    • Questo topic è stato modificato 5 mesi, 3 settimane fa da alebiffi86.
    #52370
    alebiffi86
    Partecipante
    #52371
    alberto
    Partecipante

    Ale i complimenti per questa tua avventura fuori dagli schemi te li avevo già fatti.

    Adesso ti faccio i complimenti per il racconto che hai  scritto con il cuore.

    Sincero, gioie, paure, debolezze.

    Evviva l’alpinismo apuano, evviva la libertà!!

    #52372
    alebiffi86
    Partecipante

    Grazie mille Albe!

    #52373
    Lorenzo
    Partecipante

    Complimenti per l’avventura.

    #52390
    alberto
    Partecipante

    quello che è interessante di questa ascensione che ci racconta Alessandro, non è tanto l’aspetto tecnico, simile a tante altre solitarie, quanto piuttosto la vicenda umana. Si può essere d’accordo o in disaccordo con quello che dice Ale, ma il racconto trasuda di umanità.  E questo è bello.

     

    #52391
    Lorenzo
    Partecipante

    Indubbiamente quello che spicca è il lato umano senza nulla togliere alla salita vera e propria……come ti ho sempre detto Albè le solitarie non son per tutti…..grazie a Dio.

    #52392
    Giovanni
    Partecipante

    Nei giorni piccoli un pensiero a quelli grandi, spesso passati ma anche futuri, può aiutare e sostenere. Lo hai fatto, aggrappandoti a quell’idea come a uno spuntone di roccia sulla via e la serenità ritrovata prima del secondo tentativo forse è stata la chiave. Complimenti per la salita e le parole che hai scritto.

    #52393
    alebiffi86
    Partecipante

    Grazie mille Giovanni!

    #52394
    Nicolò
    Partecipante

    complimenti vivissimi. mi par di notare in te uno stato di sofferenza in questo periodo storico comunque problematico, ti auguro di riuscire a vedere il bicchiere mezzo pieno, guardando oltre i problemi.

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