Garfagnana Trekking 4^ tappa


Foto 1

Campocatino – Rifugio Donegani
Tempo di percorrenza 6 ore

Alla bella conca di Campocatino occorre ricercare nei pressi della strada di accesso una via piastrellata che, costeggiate alcune capanne, diviene presto sassosa e poi erbosa. Assieme al segnavia 177, e con belle vedute sulla dirimpettaia Roccandagia e, a sud, sul M. Sumbra, si perviene ad una sorta di bivio che, se mal indicato, potrebbe risultare di difficile individuazione. Comunque, poco prima delle ultime capanne, si piega a destra, a risalire all’aperto una vasta area pascoliva marcata da un esile viottolo che si percepisce sul suolo erboso. (foto 1)


Foto 2

Risalendo questa specie di dorsale che aggira il versante nord del Roccandagia, ci si porta in vista del paese di Gorfigliano, disteso lungo la scia della valletta dell’Acqua Bianca. Ad un certo punto si fa ingresso in una faggeta, ove si sale più energicamente sia nel tratto iniziale sia (molto più avanti) quando si è costretti ad issarsi su alti gradoni. Trovata una pietraia la pendenza aumenta fortemente, (foto 2) intanto, verso valle, oltre a Gorfigliano, la vista si allunga fino a rilevare il Lago di Gramolazzo che sarà punto di sosta nella prossima tappa. Un ultimo tratto nel bosco, sempre impegnativo, consente di raggiungere il Passo della Tombaccia (m. 1.350), (foto 3) praticamente una sorta di ripiano posto sul dosso boscoso a faggio con cui prosegue in basso la cresta nord-occidentale della Roccandagia.


Foto 3

Il nuovo versante colpisce fin da subito, vuoi per lo sconquasso causato dalla cave Campaccio e Scaglia (in basso), vuoi per quelle che dilaniano il crinale, vuoi per la vista sui monti Tombaccia e Pisanino. (foto 4) Superato un breve tratto esposto, si fa ingresso in un ambiente carsico, ove occorre prestare attenzione nel discendere una parete priva di sentiero. Continui ingressi ed uscite dal bosco portano al superamento di una canala che cala dal fianco occidentale della Roccandagia, quindi, portandosi verso il centro del vallone marcato da un impluvio, ci si rende perfettamente conto che quello che il GT sta proponendoci non è altro che un lunghissimo aggiramento a ferro di cavallo sulle propaggini dei monti Roccandagia e Tambura. Il percorso prosegue in falsopiano attraverso solchi ricolmi di neve fino a stagione inoltrata (foto 5) e tratti brulli ed accidentati.


Foto 4

Passaggi boscosi continuano ad alternarsi ad altri all’aperto finché, una volta definitivamente usciti allo scoperto, ci si trova al centro dell’ampio circo, alle pendici del M. Tambura, dove il vasto declivio ondulato è chiaramente tormentato da una visione calcarea (foto 6) in cui si aprono numerose grotte ed autentici abissi. Poco prima di raggiungere un’evidente colata di rottami marmorei per lo più a blocchi, il sentiero piega e rampa ripidamente tra gli sfasciumi della regione della Carcaraia a tagliare quasi in linea verticale la fiancata nord-occidentale del M. Tambura.


Foto 5

Questa autentica spezzagambe si conclude sul crinale che cala dal Tambura e sprofonda, in seguito, verso il Passo della Focolaccia, posto ancora più in basso. Infatti, dal ventilatissimo crinale (foto 7) che regala spettacolari vedute (Pisanino in primis), si trascura a sinistra (sud-est) il segnavia 148 diretto al Passo della Tambura e con sguardo rivolto verso mare (Tino, Tinetto, promontorio di Montemarcello, piana di Marinella e Marina di Carrara), si cala tra il caos di buche, frane e sfasciumi in direzione del visibile Bivacco Aronte. Senza raggiungerlo, il GT piega sulla strada marmifera che sale dalle cave Magnani, e voltando a destra si porta verso il vero e proprio Passo della Focolaccia (m. 1.650), ampio valico tra il M. Cavallo ed il M. Tambura chiaramente devastato e compromesso dai lavori di estrazione del marmo. (foto 8)


Foto 6

Seguendo la marmifera si compie un ampio semicerchio quasi a voler visitare la parte più attiva dei lavori di cava, toccando addirittura uno dei punti in cui si concentrano maggiormente risorse umane e macchinari. Accompagnati pure dal segnavia 179 proveniente dalla Foce di Giovo e che qui ha il suo termine, si prosegue sulla marmifera per ancora qualche metro finché, a sinistra, non molto evidente, si stacca una traccia che balza su un ripiano in cui corre un viottolo erboso. Parallelo alla marmifera che cala a Gorfigliano, questo sentiero passa tra lastroni ed affioramenti rocciosi, incontrando ad un certo punto il vecchio sentiero contrassegnato 178 che sale da Gorfigliano, via Acqua Bianca.


Foto 7

Accompagnati ora sia dal segnavia 178 sia dal 179, si continua camminando alla base del ripido versante nord orientale del M. Cavallo, tagliato da una serie di canale che conservano neve fino a stagione avanzata (foto 9) e, soprattutto, presenziato dalla famosa Buca della Neve che, come dice il toponimo, non è altro che una sorta di congelatore al naturale in quanto all’interno la neve vi si conserva quasi perennemente. Oltrepassato l’imbocco del Canale Cambron, ci si impegna faticosamente sul breve tratto che rampa al pittoresco intaglio della Foce di Cardeto (m. 1.680), inciso tra la cresta nord del M. Cavallo ed il Pizzo Altare, che è il più meridionale degli Zucchi di Cardeto. La foce, altrimenti detta Foce di Mezzo o ancora delle Forbici, è spesso assai ventilata e si affaccia meravigliosamente al cospetto del Pizzo d’Uccello, (foto 10) dominante sulla Val Serenaia.


Foto 8

Dal valico si discende per qualche metro fino a trovare un bivio importante: a sinistra prosegue il 179 diretto alla Foce di Giovo passando per il nuovissimo Rifugio Orto di Donna, interessante e consigliata alternativa di pernottamento giusta per gustare un ambiente in alta quota e per toccare, e magari salire, il giorno successivo sulla punta estrema del Pizzo d’Uccello (la brevità della tappa diretta a Gramolazzo lo consentirebbe, come pure l’esistenza di un sentiero che dalla Foce di Giovo si ricollega al GT nei pressi del Rifugio Donegani); a destra prosegue invece il 178 che, assieme al GT, incontra una sorgente e si accinge ad affrontare assai scomodamente la discesa a valle. Enormi blocchi e tosta pendenza caratterizzano questo infido tratto di sentiero che va a guadagnare una conchetta erbosa all’origine di un canale affluente del Serchio di Gramolazzo.


Foto 9

Il sentiero (nome non certo appropriato) passa al disotto degli strapiombi rocciosi del Pizzo Altare e coi soliti disagi che non danno tregua, supera un ripiano cosparso di grossi massi. All’ingresso della faggeta il paesaggio cambia aspetto, ma non il sentiero, ancora scomodo e per di più illogico nelle sue movenze, caratterizzate da continue svolte su tracce inventate, talvolta senza alcuna logica, che se non fosse per la buona segnaletica porterebbero alla ineluttabile perdita dell’orientamento. Con assoluta attenzione ai segnavia, e messi a dura prova sulle gambe, ci si porta al bivio con l’itinerario contrassegnato 180, anch’esso diretto al Donegani e quindi percorribile come ulteriore alternativa. Piegando a destra il messaggio è chiaro: sopportazione!!!


Foto 10

La costante discesa nel bosco (foto 11) intravede il suo termine una volta superato il guado del Rio Sabuco alle pendici occidentali del M. Pisanino. Il sentiero passa accanto alla bella Baita Italia (fonte nei pressi), di proprietà privata, ottimo punto di sosta qualora i proprietari consentissero una breve e discreta presenza. All’esterno della recinzione, il sentiero prosegue pianeggiante e resta all’interno del bosco, ora guidato dalla presenza di una pista per disabili da poco realizzata che, oltre un ponte di legno che guada il Serchio di Gramolazzo, corre recintata e dotata di piazzole di sosta con cartelli espositivi istruttivi fino a confluire nella carrozzabile che sale da Minucciano (la segnaletica GT segue però la sterrata che passa accanto).


Foto 11

Aprendo una breve parentesi sul passato, è giusto ricordare che fino a qualche anno fa il luogo (più che altro alla destra idrografica del Serchio) si dotava di una bella distesa prativa spesso presa di mira da improvvisati campeggiatori che, col permesso del contadino, avevano l’abitudine di approfittare della splendida posizione e della quiete del luogo (foto 12) per passare periodi di sano riposo. Oggi tutto questo è limitato, comunque esiste sempre un’area attrezzata dove è possibile usufruire di doccia, bagno, corrente elettrica e scarico camper. Per raggiungere il Rifugio Donegani (m. 1.150), occorre seguire la strada verso sinistra e risalirla per qualche centinaio di metri fino ad incontrare a destra la struttura circondata da piante. Allestito dalla Sezione CAI di Lucca trasformando un edificio della Società Montecatini (in sostituzione del vecchio omonimo rifugio posto un centinaio di metri più in alto), il Rifugio Guido Donegani ha da qualche anno perduto l’esperienza pluriennale della signora Laura, storica gerente tanto amata dagli escursionisti.


Foto 12

Oggi, nuove persone ed una ristrutturazione completa dell’edificio, garantiscono comunque una permanenza davvero confortevole per un massimo di 50 persone dislocate in ben 10 camere da letto dotate di servizi (doccia compresa); inoltre, si trovano un efficiente bar, tre sale da pranzo ed una grande terrazza che s’affaccia verso il M. Pisanino. Il Rifugio Donegani è toccato da altri sentieri CAI: oltre ai già citati 178 e 180 si trovano il 187 diretto alla Foce Siggioli ed il 37 proveniente dal paese di Forno, nella lontana Valle del Frigido. Oltre al Rifugio Donegani è possibile trovare pernottamento al sottostante Rifugio Val Serenaia, locale che garantisce ottime prestazioni culinarie.

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